ultimora
Public Policy

L'offerta del faraone Sawiris

Telecom (non) Italia

Ben venga Sawiris in Telecom. Non conta l'italianità, ma i soldi

di Davide Giacalone - 14 novembre 2012

Nessuno straniero potrà mai distruggere Telecom Italia più di quanto abbiano fatto gli italiani. La storia di questa società sembra fatta apposta per trasformare in incubi i sogni di chi crede nel mercato. I boiardi delle partecipazioni statali erano più onesti e più bravi degli assaltatori privati, capaci solo di lasciare macerie e debiti. Il pubblico si dimostrò migliore del privato. Per evitare che tale lezione suoni come promozione dello statalismo e bocciatura della competizione, per evitare che io stesso arrivi a conclusioni opposte a quelle in cui credo, si deve capirla bene. Cominciando dall’ultimo atto: la storia delle telecomunicazioni italiane è finita, per colpa degli italiani. E’ positivo che Naguib Sawiris, già impegnato in Wind, chieda d’investire in Telecom. Il nostro dovere è rispondere a tre domande: a. si deve o no difendere l’italianità?; b. che fine fa la rete?; c. come si difende l’interesse nazionale?

A. No: l’italianità è una truffa e non va difesa. Quando lo Stato vendette il pacchetto di controllo i privati italiani, che costituirono il “nocciolino”, investirono tre breccole, puntando a governare una grande multinazionale, costruita con i soldi degli italiani (sia come investitori, si pensi al cavo sottomarino posato a spese dei nostri emigranti in Sud America; sia come risparmiatori; sia come clienti, in regime di monopolio). Quando si consentì la scalata dei “capitani coraggiosi”, che avevano il loro ufficio stampa e propaganda a Palazzo Chigi, gli italiani erano lussemburghesi partecipati da società Cayman (ricordatelo a Bersani, visto che anche il mondo Coop partecipò, facendosi pagare all’estero). La società tornò effettivamente italiana quando questi uscirono di scena, ma si aprì la pagina del depauperamento immobiliare e degli spioni che dossieravano chi si permetteva di non vendersi. Questo ha prodotto l’italianità.

Che non va difesa anche perché è un imbroglio societario: oggi è garantita da Telco, che possiede il 22,45% del capitale Telecom; dentro questa gli spagnoli di Telefonica hanno il 46,18; poi vengono Generali (compagnia d’assicurazione, presente solo per ragioni di potere, 30,58), Intesa Sanpaolo e Mediobanca (11,62 a testa). L’interesse Telco è opposto a quello degli italiani, mira a tenere il potere e se ne frega del servizio. A ciò si aggiunga che il valore d’acquisto di quelle partecipazioni è enormemente superiore a quello reale, odierno. Se Sawiris investe tre miliardi li annega tutti, dando alla società l’energia finanziaria per operare. Gli unici che ha senso si oppongano sono gli spagnoli, che non gradiscono la concorrenza in Brasile. Ma sarà difficile spacciarlo per un problema di italianità.

B. Aveva un senso che la rete fosse messa nelle mani di una società terza, incaricata di investire in tecnologia e di metterla a disposizione dei competitori. Non ha alcun senso che la rete un tempo pubblica, quindi venduta ai privati per poco, venga ora, che è decrepita, riacquistata dallo Stato (magari via Cassa depositi e prestiti). Tassare la gente per regalare ai profittatori è mestiere che, alla lunga, porta male. S’è voluto che la rete restasse nella pancia di Telecom e lì rimane, anche ora. Del resto, tutte le reti tlc sono in mano a stranieri (Wind è russa, Fasweb svizzera, Vodafone inglese).

C. L’interesse nazionale si difende facendo rispettare le leggi, al contrario di quando furono platealmente violate per favorire la scalata corsara. Si difende avendo serie autorità di garanzia e controllo, ove si mandano persone competenti e non gente da sistemare, incaricate di assicurare il libero svilupparsi della competizione e non di certificare la concertazione consociativa. Si difende facendo valere i contratti di servizio, talché chi non investe e non porta ricchezza infrastrutturale perde la licenza e i soldi.

Venti anni fa la Telecom era una multinazionale e gli italiani erano protagonisti nel mondo. Noi ci lamentavamo perché volevamo più libertà e più competizione. Invece si fece una privatizzazione senza mercato. Un delitto. Il sistema produttivo e quello politico hanno tollerato il più portentoso ladrocinio, sicché oggi siamo solo pagatori di bollette, solo consumatori, con una Telecom indebitata oltre il collo per pagare il prezzo delle scalate e ingrassare gli scalatori. E’ finita male, ma è finita. Se qualcuno spazza via i cocci non comprando a debito e sommando anche quello al disastro societario, ma mettendoci soldi propri, che sia il benvenuto. E che il cielo maledica quanti ci hanno ridotto in questa condizione.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario