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Il futuro delle telecomunicazioni italiane

Telecom interessa alla Politica?

Nel dibattito tra passatisti e modernisti si aggira un fantasma: l’interesse nazionale

di Elio Di Caprio - 04 aprile 2007

C"è un fantasma che si aggira dietro le quinte del dibattito pubblico, ogni qual volta viene alla luce il destino delle poche grandi società che ancora qualificano la presenza del nostro Paese nel panorama industriale internazionale, da Telecom, la cui telenovela sembra non debba mai avere una fine, all"Alitalia, ad Eni, ad Enel, ad Edison, alla stessa Fiat. E" il fantasma dell"interesse nazionale connesso a ciò che dovrebbe o non dovrebbe fare la politica per salvaguardarlo.

Fausto Bertinotti che ormai non fa mancare la sua voce su tutti i temi sensibili, ha un soprassalto nazional-comunista a proposito della ventilata cessione di quel che rimane della Telecom all"accoppiata americano-messicana di At&t e Movil e si schiera in difesa della “sovranità” nazionale in uno dei settori ritenuti strategici, come quello delle telecomunicazioni, per la nostra economia. Sul fronte opposto Gianfranco Fini che dovrebbe essere il più sensibile ai temi nazionali, si fa sedurre, sia pure con qualche riserva formale, dalla sirena del mercato che è in grado in sé, senza interventi di carattere pubblico, di ritrovare il giusto equilibrio nell"interesse dei consumatori. Siamo nel ventunesimo secolo e dobbiamo trovare un posto, come Italia e come Europa, in un mondo globalizzato in cui è difficile parlare di interessi nazionali da tutelare ad ogni costo. Il salto nella nuova modernità richiede qualche sacrificio.

Secondo il centro-destra e l"ala del partito radical-liberista presente nella coalizione di governo non possiamo attrarre gli investimenti stranieri se poi all"atto pratico erigiamo le barricate per evitare che ciò avvenga. Ma se non si chiarisce cosa vuol dire oggi difendere gli interessi nazionali e in quali settori e con quali priorità si ricade nelle solite contraddizioni che toccano lo stesso partito radicale. Da una parte il “volenteroso” Daniele Capezzone auspica in maniera quasi ideologica che l"Italia vada oltre il suo asfittico capitalismo e metta in vendita ai privati, italiani o stranieri che siano, tutto quello che resta nelle mani dello Stato. Dall"altra Emma Bonino ha recentemente lanciato il suo allarme “protezionista” a proposito della Gazprom russa invitando le società energetiche italiane ed europee a difendersi dall"eccessiva intrusione della società statale russa che può arrivare al controllo di parte delle nostre infrastrutture di trasporto. Due pesi e due misure, gioco delle parti, o non piuttosto la presa d"atto che in materie così sensibili si può cacciare la politica dalla porta, ma poi rientra dalla finestra?

D"altronde se dovessimo accettare una logica “mercatista” indistinta valida per tutti i settori in cui lo Stato detiene ancora le sue partecipazioni di controllo dovremmo disinteressarci di tutti gli assets importanti in mano all"industria nazionale ed essere indifferenti ai nuovi proprietari- siano essi europei o americani o asiatici - senza nemmeno tentare di opporre piccole barriere, quali quelle della reciprocità negli scambi azionari o quelle tendenti a mantenere sul territorio nazionale almeno le decisioni strategiche più importanti.

E" una pia illusione pensare che i governi nazionali possano accettare una siffatta logica mercatista fino in fondo. Se così fosse, tanto varrebbe, ad esempio, cedere la rete del gas Snam ai monopolisti della Gazprom russa o a quelli della Sonatrach algerina oppure vendere la nostra rete elettrica ai francesi che possono contare sul vantaggio competitivo di disporre di un"industria nucleare avanzata : ne conseguirebbero quasi certamente tariffe gas ed elettricità più vantaggiose per i consumatori italiani. Ma è questo il nostro interesse nazionale? Del resto questo dell" eccessivo interesse della politica per i settori di punta della nostra economia nei quali in passato lo Stato è ampiamente intervenuto o per la mancanza di capitali privati alternativi o per un proprio obbiettivo strategico di crescita è un falso problema. Nessuno si interesserebbe di Telecom, neppure il sig. Rovati, se non ci fosse stata a monte una storia pregressa di investimento pubblico, di una ricchezza creata con il contributo di tutti noi e poi ceduta in maniera malaccorta al settore privato prima dallo stesso Prodi e poi dal governo D"Alema.

Di questi tempi nessuno si scandalizzerebbe più di tanto se, nei vari passaggi di mano di Telecom, i Colaninno, i Tronchetti Provera e i Benetton si fossero arricchiti grazie al libero gioco del mercato ed alla concorrenza che crea valore e non, come invece avvenuto, attraverso una sapiente gestione delle rendite consolidate.

Nessuno si è accorto in questi anni, fino al “redde rationem” odierno – e non è finita - di un salto di qualità in termini di efficienza e di innovazione tecnologica grazie all"apporto di forze nuove e private che via via si sono succedute nell"azionariato e nel controllo di Telecom. Ecco perchè è proprio alla politica, che ha avviato e condotto a più riprese il maldestro processo di privatizzazione di Telecom, che ora si chiede il conto. Ma cosa può fare in concreto la politica, se il Governo non può più disporre nemmeno dei poteri di ultima istanza prima assicuratigli dalla “golden share”? Restano i soprassalti di Rifondazione comunista, le incertezze del centrosinistra, le strumentali prese di distanza del centrodestra, gli interessi degli investitori. Ma non si può chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. La vera domanda che dovremmo porci è in base a quali criteri di interesse pubblico o nazionale Prodi e D"Alema, e le loro maggioranze di governo, abbiano deciso come e con chi privatizzare Telecom e se mai risponderanno delle loro responsabilità.

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