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Problemi societari specchio di tutto il Paese

Telecom: ancora bugie e ipocrisie

Lo scandalo non solo nel fatto in sé, ma nel comportamento dell’establishment in generale

di Davide Giacalone - 08 novembre 2006

I problemi di Telecom s’intrecciano con quelli dell’Italia, anzi, ne sono divenuti un riassunto. I guai riguardano il nostro mercato, la sua opacità, l’assenza di controllori e regolatori degni di questo nome, con grave danno per i risparmiatori, e riguardano la politica che continua ad essere bugiarda. Il lettore non creda si stia trattando di cose astratte e per esperti, perché questa è la carne viva del mercato, da qui possono discendere profitti e benessere, ma anche infezioni devastanti.
Queste non sono ore piacevoli per Guido Rossi. Se fossimo nel campo della letteratura se ne potrebbe ricavare una trama avvincente, con l’autore che diventa protagonista di uno dei suoi romanzi e la fantasia che domina la realtà. Ma siamo nel campo della finanza e del diritto societario e la realtà è piuttosto pesante. Capita che Rossi sia stato chiamato alla presidenza di Telecom Italia da un Tronchetti Provera in difficoltà, essendone già stato l’avvocato. Ma il dovere di chi presiede una società per azioni, per giunta quotata in Borsa, non è quello di difendere gli interessi di chi lo assume, dell’azionista che esercita il controllo, ma di difendere gli interessi della società. Si spera che le due cose coincidano, ma la speranza è talora vana. Già al sua arrivo Rossi è un problema, già, perché se Tronchetti ha potuto affidargli quel compito è perché controlla la Telecom, ne determina le scelte, e questo è tanto vero che sia Tronchetti che Buora sono, da cinque anni, sia ai vertici di Telecom che ai vertici di Pirelli. E’ ovvio, penserà il lettore, lo sanno tutti. Già, lo sanno tutti ma fa finta di non saperlo la Consob, ed è un guaio grosso cui si deve parte del disastro. Andiamo avanti.
Rossi conosce come nessun altro il diritto e, come se non bastasse, ha anche scritto cose affilate contro chi gestisce le società in modo opaco ed in conflitto d’interessi. Come può, proprio lui, ritrovarsi un vicepresidente operativo, Carlo Buora, che siede ai vertici della società principale azionista, Pirelli, per giunta al fianco di quel Tronchetti che da Telecom ha dovuto dimettersi? E’ chiaro che Buora deve scegliere: o Telecom o Pirelli. Ma è chiaro anche che dovrebbe scegliere Pirelli, perché nessuno, a parte il buon cuore e l’utilità riflessiva del Corriere della Sera, crederà mai che egli agisca indipendentemente da Tronchetti. Buora è un professionista di primo livello, competente e leale, ma proprio per questo la sua scelta di restare in Telecom abbandonando Pirelli suggella il lungo sodalizio con Tronchetti Provera (tanto è vero che in Pirelli neanche verrà sostituito). E questo, per Guido Rossi, è un problema serio.
Ed eccone una dimostrazione: prima di lasciare Tronchetti Provera aveva annunciato l’imminente vendita di Tim Brasil e della quota in Brasil Telecom. Le cose non erano così semplici, ed ho già scritto che in quel Paese se ne sono combinate di tutti i colori. Rossi, prudentemente e saggiamente, affida la partecipazione in Brasil Telecom ad un trust cieco di diritto inglese (di fatto se ne spoglia, pur restando proprietario) e comunica che Tim Brasil non è in vendita. Saggio, ripeto. Ma poi si sente dire, da Buora e Ruggero, che ci sono ben due compratori, come se fosse un gran successo, cosa che esattamente in questa chiave viene ripetuta a pappagallo dai giornali italiani. Peccato che uno dei compratori è il messicano Carlos Slim, che son tre anni che chiede di comprare, offrendo ogni giorno di meno, e l’altro sarebbe la spagnola Telefonica in alleanza con Brasil Telecom, il che segnerebbe non la nostra sconfitta, ma la nostra cancellazione con perdite ed umiliazione. Non solo non c’è da festeggiare, ma emerge chiaramente un problema di governo interno. E Rossi non ce lo vedo a far la bella statuina, a far da copertura a tutto l’opposto di quel che ha scritto nei suoi libri (patto di sindacato fra Olimpia, Mediobanca e Generali compreso). Questi, però, non sono solo affari suoi, riguardano tutto intero il mercato e segnalano la sua inarrestabile tendenza a cadere nell’opaco, anche quando alla guida si mettono dei propugnatori della luminosità.
E veniamo ai bugiardi. Bruno Vespa, nel capitolo finale del suo “L’Italia spezzata”, cita “Il grande intrigo” per illustrare i problemi sorti con la scalata a Telecom Italia (grazie). Giustamente Vespa va a sentire i diretti interessati e Massimo D’Alema gli dice, a proposito di Colaninno: “Quando fece l’Opa su Telecom, non lo conoscevo”. Bugia, bugia grande come una casa ed anche rivelatrice. Il 19 febbraio 1999 il presidente del Consiglio, D’Alema, disse: “Apprezziamo il coraggio di un gruppo di persone, imprenditori e manager, che vogliono conquistare e gestire una grande azienda come Telecom”. Peccato che quel giorno nessuno aveva ancora annunciato alcuna iniziativa, e datosi che era un venerdì il consiglio d’amministrazione di Olivetti si riunì domenica 21 per formalizzare la proposta al mercato. D’Alema non solo conosceva le cose e le persone, ma fu anche il primo a dare l’annuncio pubblico. E questo è niente.
Carlo De Benedetti ha scritto che “nel novembre del 1998”, quindi almeno tre mesi prima del 21 febbraio dell’anno successivo il ministro Fassino lo chiamò per chiedergli notizie “circa l’opa che Olivetti si sarebbe apprestata a lanciare su Telecom”. Il che non solo testimonia del fatto che l’allora ministro della giustizia voleva informarsi circa dati sensibili e rilevanti in Borsa (che sarebbe già troppo), ma che la tesi secondo la quale “non sapevamo nulla” è ridicola. E non basta, perché Vespa ci fa sapere di quel che disse il professor Luigi Spaventa, allora presidente della Consob, nel corso di una riunione di quell’inutile autorità di garanzia: “D’Alema mi ha chiesto di aiutare Colaninno”. E voglio ricordare che il 30 marzo 1999, quando già era stata annunciata l’offerta pubblica d’acquisto, Olivetti venne beccata a vendere azioni di Telecom Italia, il che, in ogni parte del mondo civile, avrebbe bloccato l’operazione ed avviato sanzioni severe. La Consob non fece niente e Spaventa, che era stato candidato dello stesso partito di D’Alema, esaudì la richiesta del suo capo (oggi siede nel consiglio d’amministrazione di una municipalizzata romana, il che segna l’apice della carriera e un non indifferente problema di lottizzazione per riconoscenza).
D’Alema si lamenta con Vespa e ritiene che se Colaninno “avesse trovato il sostegno di un gruppo di investitori istituzionali non avrebbe perso Telecom”. Un momento, ma ci hanno preso tutti per scemi! I cooperatori rossi, i signori di Unipol, i Consorte ed i Sacchetti, non solo non aiutarono Colaninno, non solo si misero dalla parte di Gnutti, ma guadagnarono, dicono loro, 50 profumati milioni di euro grazie alla vendita di tutto a Tronchetti. E D’Alema vuol farci credere che l’uscita di Colaninno fu un lutto? Ecco, vedete, questa caterva di bugie già da sola mostra l’evidenza di un imbarazzo, di una chilometrica coda di paglia, che se il mondo giornalistico e politico non fosse affollato da vigliacchetti conniventi sarebbe tema ineludibile. Noi aggiungiamo le bugie della più recente vicenda Rovati, e buona lettura del nono manuale di conversazione politica.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato su Libero dell’8 novembre 2006

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