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Tendere una mano agli oppressi, non ai loro oppressori

Teheran. La partita è ancora lunga

La politica estera è un combinarsi esplosivo d’ideali ed interessi, occorre essere realisti

di Davide Giacalone - 10 luglio 2009

“A morte il dittatore”, si è gridato ieri, a Teheran. Prudenza, invece, è stato il motto dei grandi, riuniti a L’Aquila. Nei giorni preparatori del G8 due sono state le posizioni chiare, ferme, promettenti: quella di Berlusconi, che ha esplicitamente chiesto nuove sanzioni, e quella del vicepresidente statunitense, Joe Biden, che ha manifestato comprensione verso l’ipotesi che gli israeliani possano intervenire con la forza, fermando la corsa teocratica verso l’arma atomica.

Al vertice, poi, francesi ed inglesi volevano un documento specifico, dedicato alla condanna dell’Iran. E’ prevalsa la soluzione morbida, che ha consentito parole dure, ma prive di minacce reali, inserite in un documento che affronta anche altri temi. Così hanno voluto i russi, così ha preteso Medvedev, così aveva già acconsentito Obama, interessato non solo al rapporto con il più forte avversario di ieri, ma anche a non mettere in difficoltà il giovane presidente, magari puntando ad una divaricazione con Putin, vero uomo forte del Cremlino.

La partita è ancora lunga, ma il tempo scorre inesorabile, per i coraggiosi che sono tornati in piazza ricordando le proteste studentesche del 1999. Anche in quell’occasione, è triste ricordarlo, i giovani iraniani non trovarono una sponda reattiva nell’occidente democratico. Sono passati dieci anni, nel corso dei quali il regime ha alzato il tiro ed i toni, spingendosi a negare la verità storica degli stermini antiebraici ed a prometterne di nuovi, per giunta non nascondendo l’intenzione di far divenire nucleare la propria capacità offensiva. Da parte nostra, da parte dei governi dei popoli liberi, solo molti cedimenti e qualche gesto dimostrativo, in questi dieci anni. Ora, sono altri iraniani a commemorare e rinnovare la sfida. Meriterebbero maggiore attenzione.

Obama si è prodotto in un discorso, in Egitto, mirante alla promozione del dialogo pacifico. Ha ottenuto indietro solo schiaffi. Ha dovuto correggere il tiro, ed ha dato tempo fino a dicembre affinché il governo iraniano risponda sulle sue reali intenzioni atomiche. Le parole di Biden dimostrano che, alla Casa Bianca, cominciano a temere l’impossibilità d’essere solo spettatori. Anche perché la Corea del Nord s’è fatta beffe sia delle minacce che delle promesse, esplodendo missili sui quali vorrà montare testate radioattive.

Il disarmo, insomma, resta la prospettiva diplomatica fra le grandi potenze, come testimoniano gli accordi di Mosca, ma la corsa all’arma più potente vede protagonisti degli Stati canaglia, nei confronti dei quali la diplomazia ha armi spuntate. Essere fermi e severi oggi è il miglior modo per non trovarsi nei guai domani. Il dialogo è bello, ma solo con chi lo merita.

La protesta dei giovani e delle ragazze, le piazze piene dopo le elezioni farsa, il coraggio di sfidare una repressione durissima, che non lascia scampo o speranza, sono tutti elementi che devono essere valorizzati.

E’ un dovere, verso quella gente che chiede libertà, ed è un’occasione per intervenire senza violare la sovranità. La politica estera è un combinarsi esplosivo d’ideali ed interessi, occorre essere realisti. E’ il realismo, però, a suggerire di tendere una mano agli oppressi, non ai loro oppressori.

Pubblicato da Libero

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