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Sfiducia a alta velocità: riparte la diatriba

TAV o no-TAV? Un accordo mai trovato

I fatidici incontri di Palazzo Chigi e i continui rimandi… E intanto l’Italia arretra

di Davide Giacalone - 14 giugno 2007

I giornali annunciano un fatto mai avvenuto. Trovato l’accordo per la Tav, strilla la Repubblica in prima pagina. Peccato che non sia vero. E sarà bene ricordarsi di casi come questi quando poi si parlerà, con toni sempre più pensosi e preoccupati, della crisi della politica e del risorgere dell’antipolitica. Ricordiamocene, perché c’è una politica che merita il più severo dei giudizi.

Le cose stanno così: i cantieri della linea ferroviaria ad alta velocità, nati in base ad un accordo che risale a diciassette anni fa, sono fermi perché il governo non ha ritenuto di proteggerli dalla protesta di qualche abitante locale e di qualche sindaco minore non desideroso di amministrare ma allettato dalla facile popolarità. Nel mentre noi ci balocchiamo sul nulla, nel mentre i ministri parlano di gallerie senza sapere quel che dicono, nel mentre il solito ecologista carrierista s’atteggia a difensore di quel che manco conosce, il resto d’Europa va avanti e le linee ferroviarie più importanti ci passano sulla testa, verso nord. In più scadono, il prossimo 23 luglio, i termini ultimi per chiedere i finanziamenti comunitari, con il che ci troveremo senza binari, senza soldi, senza investimenti, lavoro e così via.

Ci si riunisce a Palazzo Chigi (con un anno di ritardo, tanto, che fretta c’è) e, all’evidenza, il tema è quello di stabilire esattamente dove cavolo devono posarsi questi binari, avendo cura di scegliere il tracciato che comporti meno spese ed un impatto ambientale accettabile (quello nullo non esiste, e se qualche cretino lo sostiene, toglietegli l’energia elettrica). Invece che fanno? Terminano la riunione e dicono: trovato l’accordo. C’è un nuovo tracciato? No. Allora va bene quello vecchio? No. E su cosa vi siete messi d’accordo? Sulla necessità di mettersi d’accordo entro il 23 luglio. Io detesto l’antipolitica, mi fa schifo il qualunquismo, mi ripugna il fare di tutta l’erba un fascio, ma, perdinci, su tali binari d’irresponsabilità e menefreghismo è ovvio che la sfiducia ed il discredito viaggino ad altissima velocità.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario