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Anti-TAV, pro-TAV

TAV democratica

Ora che la costruzione della ferrovia è stata ufficializzata, ogni protesta contro di essa risulterebbe anti-democratica

di Enrico Cisnetto - 03 marzo 2012

La vicenda Tav è molto più emblematica delle condizioni di salute di questa nostra Italia di quanto non si pensi. E a renderla tale non è solo il lato socio-economico – c’è di mezzo lo sviluppo e la modernizzazione infrastrutturale del Paese – bensì è la dimensione della cultura politica, il suo essere termometro della civiltà democratica, a prevalere. Dopo gli ultimi fatti della Val di Susa, si è riaperto per l’ennesima volta un duplice stucchevole dibattito, quello relativo al merito dell’opera ferroviaria – utile o dannosa, investimento o spreco, rispettosa o violentatrice dell’ambiente – e quello relativo alla legittimità della decisione di realizzarla. Mostrando un tasso di ignoranza da far spavento, giornali, tv, politica e opinione pubblica hanno nuovamente preso a sovrapporre o confondere i due piani, che invece devono essere tenuti rigorosamente separati.

Dice il cosiddetto “popolo anti-Tav” che il governo ha deciso senza sentire il loro parere, e denunciando la mancanza di dialogo (sic) risponde con la “lotta” per impedire che siano eseguiti i lavori. Quando però sono chiamati a spiegare il perché, saltano sull’altro fronte, quello del merito dell’opera, e sciorinano – con l’uso anche di qualche professore esagitato che li affianca – tutti i motivi per cui l’alta velocità non s’ha da fare. Viceversa, quando uno cerca di spingerli ad entrare nel merito, si rifugiano nella denuncia delle decisioni “unilaterali”. Il problema è così fanno anche la gran parte dei mezzi di comunicazione e dei loro ospiti, in un’opera di diseducazione che contribuisce ad abbassare il già minimo senso della legalità e dello stato di diritto che ci contraddistingue. Bastava assistere allo show a senso unico di Santoro, giovedì sera, per rendersi conto di quanto sia perniciosa l’opera dei “cattivi maestri” che si sentono investiti dal sacro compito di aiutare i “buoni” e punire i “cattivi” (naturalmente, decidendo a loro insindacabile giudizi chi sono gli uni e gli altri).

Non si tratta di faziosità, che quando è dichiarata può anche avere un suo perché, ma di subdola manipolazione delle coscienze. Perché è tale non solo far credere che il “movimento” sia non-violento – al massimo c’è qualcuno incazzato perché è stato provocato – e che sia rappresentativo di tutto il territorio, ma anche che abbia legittimità democratica. Un tranello in cui è caduto anche Bersani, nonostante abbia più volte tentato di chiarire che la legittimità sta dalla parte di chi applica e fa rispettare la legge. Perché quando si accetta di riaprire per la milionesima volta la questione – “parliamone, ci mancherebbe che manchi il dialogo” – si nega di fatto la liceità del percorso decisionale fin qui adottato. Il quale se un difetto ha, è che è stato fin troppo lungo e farraginoso. Ma comunque è terminato da un pezzo. Dopo dieci anni di “dibattito”, di riunioni infinite e di polemiche senza costrutto, mentre in Europa andava avanti il piano transazionale dei trasporti e gli altri paesi interessati ai vari “corridoi” avviavano i lavori infrastrutturali – anche a beneficio dei loro pil – alla fine anche la “indecisionista” Italia ha fatto la sua scelta. Positiva: la Tav è da farsi. Decisione del governo, degli enti locali, della gran parte delle comunità locali interessate all’opera. Si può dire che la decisione sia sbagliata – ci mancherebbe altro – ma non si può tentare di impedirla.

Anche se le forme di protesta fossero totalmente pacifiche. Un conto sono le manifestazioni preventive, quando la decisione è ancora in pregiudicato: sono forme di pressione. Devono sempre essere legali e non interferenti con la libertà altrui, ma sono legittime. Quando però il provvedimento è preso, ed è figlio di un processo decisionale democratico, allora ogni impedimento alla sua realizzazione è anti-democratico. Tertium non datur. Non c’è dunque bisogno di evocare, come ha fatto Bersani ma anche molti osservatori critici nei confronti del movimento, il ritorno del terrorismo e lo spettro delle Brigate Rosse. Intanto perché non ci sembra di ravvisare questo pericolo, né diretto né indiretto. Ma soprattutto, perché ciò che sta accadendo è paradossalmente più grave, perché molto più capace di penetrare nelle coscienze, di un atto terroristico che sicuramente sarebbe ripudiato dai manifestanti della Val Susa. Occorre avere il coraggio di dire che un paese democratico non mette continuamente in discussione, con l’intento di bloccare l’esecuzione delle decisioni prese, ciò che è stato democraticamente deliberato.

Pena il sovvertimento dello stato di diritto, perno su cui si regge la democrazia rappresentativa. Si può continuare a dire peste e corna della Torino-Lione, ma non si può assediare i cantieri, aggredire (anche solo verbalmente) chi ci lavora e i poliziotti che lo presidiano (che sono lì a spese di tutti i cittadini italiani), bloccare strade e autostrade. Anche se il tutto avviene nella condizione più pacifica (cosa che nella fattispecie non è stata, salvo giustificare la provocazione e la violenza con il solo fatto che gli operai lavorano e le forze dell’ordine presidiano). Ora, se la questione sta in questi termini, è chiaro che essa va ben al di là dello specifico Tav. E siccome la politica, fin qui maledettamente indecisionista e incline a lisciare il pelo anche il più sparuto gruppo portatore di interessi (e di voti), sta cercando di cambiare pelle e rigenerarsi, sarà bene che colga l’essenza del “caso Tav” per imporre a se stessa e al Paese un metro di comportamento diverso da quello del recente passato. Non si tratta di fari i duri, ma di mostrare fermezza nel difendere il principio democratico secondo cui nessuna minoranza ha il diritto di sovvertire le decisioni prese. Si può cambiare idea, non farsi imporre la paralisi. E su questo, senza alzare i toni o evocare le Brigate Rosse, bisogna che governo e forze politiche responsabili parlino una sola lingua. E che sia quella giusta.

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