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Sinistra (ir)responsabile

Tauromachia del Pd

Se il Pd, seguendo un falso mito, facesse cadere il governo sarebbe responsabile di un'autentica fesseria

di Davide Giacalone - 27 marzo 2012

Non è irragionevole che un partito di sinistra, ove mai in tal modo sia definibile il Partito democratico, possa creare una crisi politica, o far cadere un governo, sulle questioni del lavoro. E’ dissennato che intenda farlo seguendo il movimento ipnotico e scatenante della muleta, nel nostro caso materializzata nel mitico articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Se ci cascassero, se lo facessero, non saremmo alla tauromachia, ma alla fesseria. Una sinistra che cedesse a quell’istinto primordiale si renderebbe estranea alla contemporaneità e finirebbe schiava del sindacato rosso, a sua volta preda della sua componente metalmeccanica, a sua volta dominata da una pulsione regressiva e minoritaria. Sarebbe una sinistra incapace di governo e prigioniera di organizzazioni che non rappresentano minimamente né l’interesse né il consenso dei lavoratori. Contro questo genere di sinistra s’è lungamente battuto un dirigente comunista: Giorgio Napolitano. Da uomo politico gli mancò il coraggio della rottura, non seppe spaccare la teca della conservazione e si limitò a testimoniare idee diverse (non altrettanto fece Giorgio Amendola, che assunse posizioni assai più nette, e maggiore fu la determinazione dell’allora capo della Cgil, Luciano Lama, benché in colpevole ritardo sulla realtà del mercato e del mondo). Da presidente della Repubblica usa la funzione in modo non del tutto omogeneo al dettato costituzionale, ma ha qui trovato la forza del potere solitario. Alla fine egli è giunto a dar ragione a Giovanni Agnelli, quando sosteneva che ci sono cose che la sinistra può fare, mentre alla destra sono interdette. Quindi: questa benedetta riforma del lavoro si dovrà fare con il consenso nel Pd, altrimenti non si farà. Ma il Pd, appunto, ha le froge dilatate, sbuffa, raspa il terreno, sente la prepotenza della natura. Forse, più che altro, è il suo gruppo dirigente a non sapere più cosa fare. Avrei un suggerimento: facciano una cosa di sinistra. >br>
E’ di sinistra (suppongo) difendere gli interessi dei non privilegiati e dei meno garantiti. Difendere coloro i quali hanno un lavoro stabile, a tempo pieno e indeterminato, sostenendo che è vitale rimanga la “giusta causa” per il licenziamento, significa difendere chi è protetto, per giunta da un pericolo del tutto immaginario. I posti di lavoro si perdono per calo progressivo della produttività, quindi della competitività, mica perché il padrone cattivo intende discriminare gli iscritti al sindacato. I quali, oltre tutto, oramai dovrebbero essere protetti dal WWF, essendo una minoranza in via d’estinzione. Difenderli dalla riforma, proposta dal governo, significa non averla letta, perché le ragioni per far causa al padrone aumentano, anziché diminuire. Semmai si dovrebbe difendere chi non riesce ad entrare nella cittadella dei lavoratori contrattualizzati. Quell’esercito di false partite iva e non garantiti che sopporta, da solo, l’esposizione ai rigori del mercato. Anche i lavoratori “tradizionali” vanno difesi, eccome. Ma non dal licenziamento (che non incombe), bensì dal fisco, che li depreda. La gran massa dei lavoratori dipendenti vedrà diminuire il proprio tenore di vita non in ragione della legislazione del lavoro, ma dell’imposizione fiscale. L’idea di far pagare il debito pubblico, ai ritmi imposti dalla Germania, mediante trasfusione fiscale è di quelle destinate a rendere esamine anche un corpo forte. Una sinistra degna di questo nome dovrebbe dire: no alle tasse, sì alla vendita del patrimonio pubblico. La nostra sinistra, invece, dice: evviva le tasse, ma non si tocchi il posto di lavoro. Ecco, con quel genere di programma si fanno felici tutti quelli che ancora collezionano le figurine dell’album del perfetto comunista, salvo il fatto che anche chi lo è stato per una vita mostra un certo pudore, quando non direttamente vergogna, a definirsi tale.

Quindi: hanno accettato d’essere commissariati dal Quirinale, si sono prestati alla nascita di un governo incaricato di dare applicazione alle disposizioni della Banca centrale europea, inoltrateci per volontà tedesca, hanno festeggiato il riapparire nelle foto con la coppia Sarkel, e adesso che fanno, s’infuriano davanti al drappo rosso agitato dal torero? Ho una notizia per loro: dietro nasconde la spada. E non è una bella cosa, specie vista dal punto di vista del toro.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario