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L'idiota "googletax"

Tasse locali in un mondo globale

I regimi fiscali sono in concorrenza fra loro. E noi rifiutiamo la realtà e ci facciamo male da soli

di Davide Giacalone - 17 dicembre 2013

Il problema non è la Google o la Web Tax, perché queste sono corbellerie abbastanza grosse da lasciar supporre (o almeno sperare) che siano cancellate. Il problema è quel che c’è dietro trovate di tale fatta, ovvero il non avere capito nulla della globalizzazione e del ruolo che in questa gioca la fiscalità. E quando Matteo Renzi dice che una tassa di quel tipo dovrebbe essere discussa non in ambito nazionale, ma europeo, dice una cosa giusta, circa l’impossibilità di farla valere dentro i confini nazionali, ma dimostra di non avere capito che nell’Unione europea il fisco è materia di concorrenza, non di collaborazione. Per prendere decisioni vincolanti è necessaria l’unanimità (28 stati), più il parere conforme del Consiglio dei ministri, della Commissione e del Parlamento europeo. Il tutto con la supposta collaborazione dei paradisi fiscali interni. Per credere a una cosa simile non basta la fede normale, necessita quella cieca.

Qui prevedemmo (gennaio 2012) la figura miserrima (e il gettito asfittico) della Tobin Tax. Anzi, raccontammo perché il povero James Tobin non c’entrava nulla con la vernacolare e zotica trovata. Così è stato. Non è un merito, il nostro, giacché era ovvio: se metti una tassa locale a un business delocalizzato, anzi “alocalizzato”, spendi per i finanzieri e non incassi un tallero. Tobin, buon’anima, la immaginava mondiale. Ma anche allora prevalse l’istinto plebeo: i ricchi commerci devono pagare, le multinazionali devono soffrire, di modo che i descamisados tartassati ne possano gioire. Il risultato è che gli scamiciati sono più poveri. Anche di spirito.

Nel mercato globale il fisco è un elemento della concorrenza e può essere utilizzato per attirare investimenti e produzioni. Stessa cosa all’interno dell’Ue. Se la reazione di un singolo Paese consiste nel negare la realtà, o nel considerarla foriera di depravazione, otterrà il solo risultato di vedere scivolare progressivamente fuori mercato i propri campioni produttivi, sottoposti a un prelievo fiscali superiore a quello dei concorrenti. Ove non vogliano essere svenati provvederanno a cambiare nazionalità, sopravvivendo ai salassi, ma cambiando passaporto. Bel risultato, non c’è che dire!

I prelievi fiscali dovrebbero servire a finanziare il funzionamento della macchina pubblica e a propiziare la giusta redistribuzione che, a sua volta, aumenti consumi e produzione. Purtroppo vengono utilizzati anche per tappare i buchi di uno Stato sprecone e garantire il reddito a sacche di protetti che non producono nulla. Nel mondo analogico e nazionalista mettevi le guardie a presidio dei confini è costringevi i sudditi a versare l’obolo. Nel mondo digitale e globalizzato te la puoi prendere solo con chi non ha la possibilità di spostarsi altrove. In altre parole: colpisci i deboli. Alla faccia della giustizia e dell’equità. In questo modo si entra in una terribile contraddizione: da una parte è sicuro che l’idea stessa di Stato non sopravvive se chi lo abita ne viola le leggi, comprese quelle fiscali; dall’altra è evidente che uno Stato arretrato nei servizi e troppo caro nelle pretese fiscali conduce i propri abitanti alla povertà, che poi diventa collettiva. Quindi, se non vogliamo che l’unica salvezza sia la fuga (magari tornando a casa solo per le vacanze, giacché l’Italia è bella assai e ci si vive alla grande) è necessario far drasticamente dimagrire lo Stato, renderne efficienti i servizi e far calare il fisco. Le varie Tobin, Google o Web tax sono fughe dalla realtà, che inducono alla fuga, o alla morte, le aziende reali.

Nel caso specifico dell’economia digitale, posto che rimaniamo con l’offerta di banda (le autostrade della comunicazione) scandalosamente bassa, il nostro problema è quello di rendere competitivi i tanti (tantissimi) innovatori che abbiamo. Per farlo dobbiamo dare loro una spinta, defiscalizzando e, in questo modo, scommettendo sulla loro capacità di vincere e sul loro desiderio (non masochistico) di restare in Italia. Se, invece, li tassiamo, neghiamo loro il credito e impediamo che funzionino gli investimenti nel capitale di rischio, ci limiteremo a salutare i più bravi e avvelenare il brodo di coltura. Non sarà certo il trionfo dei miserabili sugli arricchiti, ma l’apoteosi di una politica ana-(il)logica.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario