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Verso una

Tanti auguri alla Fiat americana

Il rischio che corriamo è che il sistema-Italia si rassegni ad essere il luogo della non competitività

di Davide Giacalone - 22 aprile 2011

Fiat s’avvia ad essere statunitense. E’ un bene per la Fiat ed è un bene per l’Italia, meglio ancora se dalle esperienze fatte si sapranno trarre insegnamenti. L’acquisto di un ulteriore 16% di Chrysler, di cui già possedeva il 30, con il diritto a salire di un ulteriore 5, quindi giungendo alla maggioranza assoluta e al controllo totale, segna la trasformazione di Fiat in una “fabbrica globale”, per usare le parole scelte ieri da Sergio Marchionne. Sarà più chiaro dire: statunitense.

Quando una società o un marchio italiani vengono acquistati da compratori stranieri capita che taluno, dalle nostre parti, vesta il lutto. A sproposito, perché gli acquisti sono valorizzazioni e se quelle migliori non vengono fatte da capitali nostrani è segno o che non ci sono, o che chi li maneggia non è in grado di pensarne lo sviluppo, o che, infine, non crede possibile trarre maggiore ricchezza da quella determinata impresa.

In tutti questi casi il mercato sposta i beni, compresi quelli immateriali, nelle mani di chi è disposto ad osare di più. Sarà il mercato, sempre lui, a stabilire se la scommessa è stata sensata. Va bene così. Va ancora meglio quando sono soggetti italiani a scommettere sulla valorizzazione di marchi e imprese altrui, così dimostrando la capacità di pensare, e osare, in termini globali.

Riassumendo: se capitali stranieri comprano marchi italiani è segno che attribuiscono loro maggior valore di quanto non ne vedano i nostri connazionali; se un’impresa italiana compra marchi e fabbriche straniere è segno che il management e la proprietà contano d’essere più bravi degli altri. Evviva.

Veniamo alle note dolenti. Per riprendere la via della competitività Fiat ha dovuto rompere tutta quanta l’imbracatura che assiste e immobilizza le imprese italiane. La disdetta del contratto metalmeccanici s’è accompagnata all’uscita da Confindustria. Minimizzata, mimetizzata, ma evidente come un elefante coperto da una margherita. Marchionne s’è rivolto direttamente ai lavoratori, scavalcando i sindacati e proponendo dei referendum. Gli operai si sono schierati con Fiat. Un segnale che solo la folle superficialità del dibattito politico italiano non ha ancora utilizzato per rivedere, nel profondo, la legislazione del lavoro e la struttura del salario.

Il tutto, però, si reggeva su un delicato equilibrio: si accettano le nuove condizioni in quanto necessarie a mantenere in vita gli stabilimenti italiani. Lo scrivemmo anche a suo tempo: non è necessariamente vero. Diventando “globale”, o “amerciana”, Fiat dovrà valutare ciascun stabilimento secondo i parametri della produttività e redditività.

E’ vero che il mercato italiano è, per la casa automobilistica, il più importante (come quota percentuale), ma è anche quello in maggiore crollo: la quota Fiat diminuisce più delle vendite complessive. Quindi, inutile farsi illusioni, i nodi verranno al pettine. Marchionne continua ad alzare l’asticella, quasi ansioso che qualcuno si decida a dirgli di no. Durante il referendum a Mirafiori fece di tutto per favorire il fronte del rifiuto, ma vinsero i sì. Quanto tempo ancora può durare l’equivoco?

Secondo elemento da tenere presente: va benissimo che una società americana diventi di proprietà italiana, ma ho l’impressione che presto sarà la società italiana a divenire americana. Nel senso che sarà conveniente spostare la sede sociale oltre Atlantico, con questo facendo riferimento ad un sistema di regole che funziona meglio del nostro. E credo che sia anche necessario, perché così si troverà integrata in quel mercato dal quale ha tratto maggiori finanziamenti pubblici.

La notizia delle azioni comprate, e di quelle opzionate, è positiva. Ciò cui prelude non è detto. O, meglio, è naturale che un’impresa vada a collocarsi dove è più conveniente, ma non è affatto bello che il resto del sistema-Italia si rassegni da essere il luogo della non competitività, dell’arretratezza giuridica, della non protezione globale e della rigidità salariale. Sono questi i punti sui quali la politica, tutta, dovrebbe riflettere.

Non ha senso pensare di mettersi a fare il lavoro di Marchionne, discutendone le scelte, sarebbe più sensato provare a fare quello del legislatore e del regolatore, con l’occhio rivolto non solo agli interessi immediati, consolidati in cordate elettorali e appiccicati con il collante corporativo, ma guardando anche agli interessi collettivi di un sistema che arranca e scivola, facendo fare agli imprenditori più fatica d’altri loro colleghi e coccolando solo quelli che s’accomodano nelle rendite.

Tanti auguri alla Fiat americana, purché non significhi coltivare, in casa, la rassegnazione all’italiana.

Pubblicato da Libero

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