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Nuove tasse all'orizzonte

Tagliare la spesa per salvare i conti

E' evidente. Con le misure messe in campo abbiamo sforato il 3% deficit/pil. Alternative? L'Europa dia il tempo alla cicala di diventare formica

di Enrico Cisnetto - 15 settembre 2013

Bella scoperta. Era evidente anche ad uno studente del primo anno di Economia che saremmo arrivati allo sforamento dei conti pubblici e al conseguente pre-allarme di Ue e Bce, con il pericolo che la procedura d’infrazione per deficit sopra il 3% appena chiusa, venga velocemente riaperta.

Bastava fare la somma tra il costo della cancellazione dell’Imu (2 miliardi), quello del rifinanziamento della cassa integrazione (550 milioni) e per le missioni militari (400 milioni), i 3 miliardi che ci vogliono per “stabilizzare” i 350 mila precari della pubblica amministrazione e il miliardo necessario per evitare l’aumento dell’Iva, considerare che rispetto alle previsioni di inizio anno il nuovo debito da piazzare sui mercati cresce di circa 50 miliardi (per i crediti delle imprese verso le pubbliche amministrazioni) e dunque che aumentano gli oneri, anche perché nonostante il ribasso ormai abbastanza consolidato intorno a 250 punti dello spread i tassi tendono al rialzo, ed ecco che per il 2013 salta fuori un fabbisogno aggiuntivo – al netto delle maggiori entrate tributarie – di almeno 4-5 miliardi. Cui se ne sommano altrettanti per il 2014 (sempre per Imu e Iva), più un paio di miliardi per evitare i ticket sanitari. Senza contare che il patto Confindustria-sindacati firmato di recente è la premessa per imporre un intervento sul cuneo fiscale: per accontentare Confindustria ci vogliono 5 miliardi (Irap) e per i sindacati altrettanto (Irpef). Quanto darà il governo? Che sia per durare, o che sia perché si andrà alle elezioni, non molto di meno di quanto chiesto. Il che significherà altri 15-18 miliardi necessari per la legge di stabilità del prossimo anno.

Oddio, si può far partire subito la nuova service tax, chiedendo un acconto del 99% a stretto giro. E si può fare un po’ di illusionismo, maneggiando spending review e lotta all’evasione. Così come si può raccontare qualche bella favola sulle dismissioni di asset (magari ipotizzando che gli enti locali si sbarazzino delle controllate, che valgono quasi 60 miliardi) o sulla valorizzazione del patrimonio immobiliare. Ma il certo (service tax) può al massimo valere qualche miliardo, e sarebbe comunque generatore di effetti recessivi, mentre l’incerto a Bruxelles e Francoforte nessuno è più disposto a prenderlo per buono come un tempo. Ergo, una manovra correttiva sarà in qualche modo necessaria. Si badi, noi avremmo tutte le ragioni per dire all’Europa che è ora di smetterla con questa camicia di forza dell’austerità contabile a tutti i costi. Ma non abbiano né la forza né, soprattutto, la credibilità per farlo. Dunque, dovremo soggiacere.

Se c’è una via d’uscita? Sicuro. Basterebbe presentare all’Europa un piano straordinario di riduzione della spesa pubblica corrente a favore di quella in conto capitale e di alienazione del patrimonio pubblico (senza bisogno di svenderlo e chiamando a concorrere quello privato). Non solo questo potrebbe evitarci la correzione dei conti (almeno quella del prossimo anno), ma ci metterebbe in condizione di giocare, subito dopo le elezioni tedesche, una partita diversa in seno all’eurosistema. Potremo, cioè, spiegare all’Europa che uno sforamento momentaneo sarebbe più che giustificato, visti gli interventi strutturali decisi. Della serie: noi diventiamo formiche, ma voi dateci tempo per pagare il prezzo di essere state cicale. Ma siamo capaci? (twitter @ecisnetto)

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