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Un copione già visto con la finanziaria 2005

Tagli all’Irap, ritirata strategica

Tutto fa pensare che il rinvio sia dovuto alla scelta di Berlusconi di tagliare l’Irpef

di Enrico Cisnetto - 21 giugno 2005

Una commedia dal finale già scritto. E’ forte l’impressione che il rinvio del taglio dell’Irap, oltre che al solito dilettantismo e alle non meno solite divisioni nella maggioranza, sia da ascrivere ad una scelta premeditata di Berlusconi. Diciamoci la verità: di Irap si è parlato quando il Cavaliere è stato costretto al governo bis dopo la sconfitta alle Regionali, e si doveva trovare una nuova parola d’ordine dopo l’ubriacatura (inutile) sul “meno tasse per tutti” e il conseguente rilancio dei consumi (mai arrivato). Ma il premier, orientato da una sensibilità puramente elettorale, ha continuato a coltivare la propensione per interventi sull’Irpef, o comunque a preferire i cittadini-consumatori alle imprese. Cosa che è apparsa in tutta la sua evidenza quando, capito che il taglio dell’Irap non poteva essere fatto senza copertura scaricandolo sul deficit – naturalmente il governo imputa la responsabilità all’Europa, rea di tenere gli occhi puntati sui nostri conti pubblici – non si è voluto né aumentare l’Iva né intervenire su patrimoni e rendite finanziarie. E siccome indicare come copertura del minor gettito il recupero dell’evasione fiscale, la lotta al sommerso o il taglio delle spese improduttive – tutte cose giuste ma che non s’improvvisano e che comunque danno risultati nel medio periodo – potrà venir utile al momento di mettere mano alla Finanziaria (l’ultima della legislatura, quella “elettorale”) per un altro giro di valzer sull’Irpef, ecco che il rinvio era l’unica soluzione possibile.

D’altra parte, i contribuenti sono decine di milioni e votano, le imprese no. Meglio poter dire che il governo “non mette le mani nelle tasche degli italiani” piuttosto che “riduce le tasse agli industriali”. Questo farà mancare il sostegno degli imprenditori al centro-destra? L’impressione è che il premier distingua la Confindustria, con cui non nasconde gli attriti, e il nuovo vertice di Confartigianato, che considera di sinistra, dal popolo dei piccoli industriali e artigiani, convinto com’è che lo spirito anticomunista e di contrarietà al sindacato che alberga in loro alla fine consentirà di averli con lui. Per questo la promessa dell’Irap nasceva per non essere mantenuta. Per questo il “blitz” tentato dal ministro Siniscalco – taglio dell’Irap ma anche una manovra da 11 miliardi, per venire incontro alle sollecitazioni di Bruxelles – era destinato a tornare nel cassetto.

Detto questo, vale la pena chiedersi se davvero esista una “via fiscale” allo sviluppo”. Difficile rispondere, non avendo il governo mai chiarito come avrebbe attuato il taglio dell’Irap. Io non credo che si sarebbe dovuto applicare indistintamente, bensì in maniera selettiva scegliendo i settori più competitivi su cui l’Italia vuole puntare per la propria crescita. Ma questo richiede un progetto di politica economica e industriale volto ad una radicale trasformazione del capitalismo italiano, che tanto il governo quanto l’opposizione non hanno né mostrano di volere. Insomma, se il taglio dell’Irap è di stampo congiunturale serve a poco, mentre se s’inquadra in un piano di riforme strutturali allora serve non a mettere benzina in un motore obsoleto, ma a cambiare il motore dello sviluppo. Ma qui il discorso si fa accademico: per ora, il rilancio sulle imprese è sparito nel nulla.

Pubblicato sul Messaggero del 19 giugno 2005

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