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La norma sui manager va in Senato

Tagli agli stipendi d'oro? Sì, ma...

Un profilo di incostituzionalità e qualche punto oscuro da chiarire.

di Alessandro D'Amato - 18 dicembre 2007

Tagli agli stipendi d’oro? Sì, ma attraverso una legge che contiene ancora molti punti oscuri. Dopo una lunga e tormentata gestazione, la Camera è riuscita ad approvare le norme in Finanziaria sui tetti alle retribuzioni per i manager pubblici, che passa ora al Senato dove difficilmente verrà modificata. In una lettera inviata al Corriere – che rispondeva a un articolo di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella – il presidente della Commissione Bilancio Lino Duilio ha dichiarato che la norma non è stata stravolta durante l’esame, anche se erano arrivate critiche sia dall’Udeur – Mastella aveva chiesto di abolirla – che da altri della maggioranza, i quali invece lamentavano lo stravolgimento delle decisioni del Senato.

E infatti il comma 44 conferma le decisioni prese, aggiungendo anche una modifica che va però nella direzione di un maggiore rigore nella spesa, laddove si fissa un tetto anche alle retribuzioni delle 25 figure di manager – “le posizioni di più elevato livello di responsabilità”, recita il testo – per le quali era prevista una deroga. Il tetto è previsto sulla cifra-limite di 540 mila euro (il doppio dello stipendio del presidente della Corte di Cassazione), ma bisogna ancora vedere quale effetto produrrà l’ordine del giorno presentato da Egidio Pedrini ,che impegna il Governo ad attribuire retribuzioni ai manager delle aziende a partecipazione statale, anche quotate in Borsa, collegate al raggiungimento degli obiettivi, senza considerare tra i ricavi le entrate di derivazione pubblica.

Ma basta scorrere i successivi commi per capire che anche così la norma apre tutta una serie di discussioni che ne potrebbero mettere in pericolo l’attuazione. Il comma 45 parla di retribuzioni ed emolumenti che saranno fissati con la legge sulla riforma delle authority – quella seppellita a Palazzo Madama perché la maggioranza non è finora riuscita a trovare un accordo al suo interno – ma implicitamente equiparare alle altre autorità indipendenti anche la Banca d’Italia. Questa scelta fissa un principio che mai prima era stato accolto, nemmeno durante il fascismo: ovvero che il trattamento economico di chi lavora a via Nazionale possa e debba essere fissato per legge. Strano e inutile, visto che il bilancio di Bankitalia è autonomo, l’istituzione si regge in piedi da sé, e la formula potrebbe anche presentare profili di incostituzionalità. In più, nell’immediato non arriveranno risparmi di alcun tipo: basta infatti leggere con attenzione il comma 48 per accorgersi che le disposizioni si applicano alla “stipula dei nuovi contratti e a quelli in essere che non possono essere prorogati”: una formula molto elegante per dire che la norma non produrrà effetti per tutti quelli oggi in vigore, e anche che tutti i manager che hanno la possibilità di prorogare i vecchi accordi – invece di firmarne di nuovi – ne potranno approfittare. Probabilmente, la formulazione è stata così pensata per escludere una riformatio in pejus che avrebbe potuto portare a ricorsi a non finire, ma così si lascerà la spesa per stipendi ancora pressoché invariata per anni.

Una via d’uscita da percorrere lasciando invariata la norma ci sarebbe. E consiste nel presentare un ordine del giorno o una raccomandazione al governo su come intendere i punti che oggi potrebbero portare a misinterpretazioni. Ma bisogna vedere se l’esecutivo avrà il coraggio di rimettere le mani su un punto che ha suscitato già molti mal di pancia.

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