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Alemanno, La Russa, Fini antifascista... e poi?

Sussulti e grida alla corte del Cavaliere

L'inutile lotta identitaria con il berlusconismo trionfante

di Elio Di Caprio - 17 settembre 2008

Alemanno, La Russa, i rigurgiti del fascismo, le divisioni tra gli italiani di 65 anni fa, poi l"ultima parola all" “antifascista” Gianfranco Fini che chiarisce e mette tutti in riga. Mentre le borse crollano ci distraiamo con altri problemi, come se il dibattito sul passato interessasse le generazioni di Internet e di You Tube per le quali già il passato prossimo è considerato passato remoto. Da una parte le rivendicazioni orgogliose di quello che da destra non si poteva apertamente dire per sessanta anni ( quasi tre generazioni) sulla purezza delle intenzioni patriottiche dei vinti di Salò, dall"altra il solito ritornello demonizzante degli avversari che ha utilizzato per decenni la Resistenza come mito indiscusso per stendere una coltre sui dissidi insanabili del fronte dei partiti vincitori di allora.

L"inutile lotta identitaria con il berlusconismo trionfante Per bizzarre e forse imprevedibili contingenze politiche e storiche ora sono i post comunisti nella persona del presidente Napolitano e i post fascisti in quelle dello stesso Fini o di La Russa e di Alemanno, a stare a fianco, in virtù delle loro cariche istituzionali, in molte cerimonie ufficiali come è successo nelle rituali celebrazioni dell"8 settembre di tanti anni fa (quando si ebbe la morte della Patria, secondo Galli Della Loggia) e ancora succederà. E" uno spettacolo che sembra irridente e provocatorio, quasi fuori e contro il tempo, se non fosse espressione del paradosso storico che vede affiancati, nell"Italia presuntamente pragmatica di Berlusconi, gli eredi veri o presunti della stagione fascista e di quella comunista . Eredi che nel giro di pochi anni sono arrivati, da Fini a Veltroni, al ripudio formale delle loro radici e culture fondanti.

Ma a ben guardare non è uno scandalo quanto succede se solo si facessero i conti con la nostra storia recente, al di là delle propagande contrapposte. Basterebbe tener conto del consenso di massa riscosso in Italia prima dal fascismo e poi riversato sui grandi partiti del dopoguerra, in primis su quello comunista che per poco negli anni "80 non arrivò ad essere maggioritario nel Paese e, perchè no, sulla Democrazia Cristiana che per decenni è stato il perno politico essenziale nel nostro sistema di partiti. E" vero che ora mancano i post democristiani come partito di massa. I suoi epigoni sono assenti, si sono sparpagliati e confusi dopo la mannaia di Tangentopoli, ma sarebbe sbagliato espungerli, far finta che non sono mai esistiti per quello che hanno rappresentato per 60 anni in Italia.

Nessuna meraviglia se riapparissero a dire la loro tra qualche tempo, magari sotto gli auspici di Papa Ratzinger che si dice pronto a curare la nascita di una nuova generazione di politici cattolici per il prossimo domani. La realtà è che non si può tagliare a fette la storia per ragioni ideologiche e di convenienza.

Lo si è fatto ma, come si vede, con scarsi risultati. Non per caso abbiamo assistito ai tanti passaggi di fronte del dopoguerra di eminenti personaggi già inneggianti a tutti i messaggi mussoliniani, non esclusi quelli di Salò, e poi diventati comunisti, democristiani o socialisti. Così come, per venire ai tempi recenti, nelle file berlusconiane si sono raccolti tanti ex della Prima Repubblica che hanno fatto completamente scolorire, da Cicchitto a Bondi e compagni, le loro primitive appartenenze ideali. Fino ad arrivare nei giorni scorsi alla riproposizione dello slogan di “Dio, Patria e famiglia” da parte dell"ex socialista Giulio Tremonti, ora colonna portante del governo Berlusconi.

Ecco perchè i richiami al passato per rivendicare, puntualizzare o demonizzare mostrano presto la corda propagandistica, diventano l"unico nevrotico messaggio per riaffermare identità che stanno svaporando da sole, a destra come a sinistra, testimoniano solo la ricerca fallita di improbabili nuovi collanti emotivi. Ci terremo perciò ancora celebrazioni e anniversari come occasione di effimeri scontri politici da rituale. Resta il nervo scoperto delle intime contraddizioni, che ogni tanto vengono alla luce, delle due confuse ammucchiate di destra e sinistra.

Da una parte il ripudiante Veltroni che, pur di prendere le distanze dalla sinistra espressamente comunista, fallisce nel creare un contraltare credibile all"onnipotente Berlusconi, dall"altra il ripudiante Fini che con piglio autoritario ( o fascista?) indossa le vesti riconosciute del capo supremo e mette in riga i “colonnelli” dell""ormai ex AN. Ma in quale mai altro partito si parlerebbe di colonnelli a proposito dei principali collaboratori di un capo indiscusso? E" difficile far digerire il risorgere di steccati ideologici quando poi Berlusconi ed il berlusconismo fanno di tutto per dimostrare che i problemi sono altri e basta la buona volontà di un demiurgo per venirne a capo in pochi mesi.

Ritorno del fascismo per i soldati in piazza e per la stretta sull"immigrazione clandestina? Ritorno all"autoritarismo per i grembiuli a scuola e il cinque in condotta? Ritorno al decisionismo contro i fannulloni visto che contro i bamboccioni poco si può fare? Ritorno del nazionalismo per salvare l" Alitalia attraverso una colletta tra i poteri deboli rimasti? Certo non sono i battibecchi tra ex comunisti ed ex missini, con tutto il loro corollario emotivo e gli echi mediatici conseguenti a darci la cifra di quanto accade, a distrarre dal conflitto reale- e talvolta immaginario, ammettiamolo- tra berlusconiani e antiberlusconiani.

Accontentiamoci per il momento dei tanti ministri tutto-fare che dall"inizio della legislatura disquisiscono su tutto, secondo copione e oltre il copione, per dimostrare che in pochi mesi si può fare ciò che in cinque anni di legislatura neanche il precedente governo Berlusconi è riuscito a fare. Speriamo solo a questo punto che le tante macchinette parlanti lasciate a ruota libera dall"onnipotente Cavaliere si risparmino e ci risparmino l"onere di spiegare cosa è di destra e cosa di sinistra nei loro programmi, alimentando così ancor più la confusione, già grande, tra gli annunci e quello che è effettivamente realizzabile.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario