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Meriti da distribuire con logica bipartisan

Surreale disputa sui conti pubblici

Nessuno può ascriversi la paternità degli incassi, e il “bonus” fiscale è momentaneo

di Enrico Cisnetto - 05 gennaio 2007

Ridicole. Tanto la disputa sulla paternità del miglioramento dei conti pubblici, tra vecchio e nuovo governo, quanto la discussione che ne è scaturita su come usare l’inatteso “bottino” hanno del surreale. Certo, è una notizia positiva che nel corso del 2006 il fabbisogno del settore statale sia sceso del 41% – anche se è da notare che ben 21 dei 24,8 miliardi di differenza con l’anno precedente sono stati prodotti dal solo avanzo di dicembre – ma gli va dato il valore che ha (relativo) e ne vanno distribuiti i meriti secondo logica (bipartisan). Come ha spiegato con lucidità Alberto Quadrio Curzio, la differenza la fanno le maggiori entrate fiscali, le quali dipendono in buona parte dalla ripresa economica (di cui hanno merito una parte delle imprese e alcune buone cose contenute nell’ultima Finanziaria di Tremonti), e in qualche misura dalle politiche tributarie vecchie e nuove, mentre poco o niente viene dal contenimento della spesa. L’entità di questo gettito, così come la crescita del pil all’1,8%, non era stata prevista né da Tremonti, né dalla commissione Faini incaricata di fare la due diligence dei conti pubblici al passaggio di legislatura, né da Padoa-Schioppa nel Dpef. E questo sta a significare due cose: che nessuno può ascriversene pienamente la paternità; che la componente congiunturale, e dunque momentanea, di questo “bonus” rischia di essere preponderante su quella strutturale. Se a quest’ultima considerazione si aggiunge che per quest’anno tutte le previsioni – da quelle dello stesso governo e quelle più pessimistiche di Confindustria, al pari di quelle dei vari organismi internazionali – indicano un calo non marginale della crescita del pil, sia in Italia che in Europa, si capisce come sarebbe assai opportuno l’uso della prudenza. Insomma, l’Italia non ha affatto sistemato i suoi conti. Finché non ci sarà avanzo primario, finché non saranno stati messi sotto controllo i quattro centri di spesa fondamentali (pensioni, sanità, pubblica amministrazione, enti locali: gli stessi indicati da Padoa-Schioppa nel Dpef e poi dimenticati) – il che significa rivedere completamente l’impianto federalista voluto con la riforma del titolo V – e finché non sarà aggredito il debito pubblico, la parola risanamento non sarà seriamente pronunciabile da nessuno. Anche perchè proprio ieri l’Ocse ha provveduto a ricordarci che in assenza di interventi il debito netto (unità di misura che calcola la differenza fra le passività finanziarie e il patrimonio dello Stato) nel 2050 raggiungerà la percentuale da default del 365% del pil.

Con questo non voglio dire che occorrono irragionevoli “lacrime e sangue”. Dico solo che, non avendo fatto una riforma strutturale che una, questo Paese non può concedersi il lusso di fregarsene del risanamento finanziario. Ma se ha (e può avere ancora, riqualificando la spesa) risorse, queste vanno usate per favorire gli investimenti strategici (grandi opere, infrastrutture immateriali, ristrutturazione dimensionale e settoriale del capitalismo) per favorire uno sviluppo più moderno e duraturo, grazie ad un tasso di competitività ben più alto dell’attuale. Per fare questo c’è bisogno di un “progetto Paese” e di una politica industriale conseguente, non di una generica riduzione del carico fiscale – che non sarebbe selettiva, come non lo è stato il taglio del cuneo fiscale – che subito alcuni riformisti del centro-sinistra (quelli rimasti) e i liberisti del centro-destra hanno reclamato di fronte ai dati di fine anno. E proprio per questo motivo non mi convince chi (Franco Reviglio sul Messaggero di ieri) propone di devolvere il nuovo gettito fiscale alla riduzione del debito. Sarebbe come svuotare il mare con il cucchiaino. Certo, meglio così che aumentare la spesa corrente – come reclama l’ottuso riferimento all’equità della sinistra massimalista – ma come si è detto il problema numero uno del Paese rimane la crescita strutturale e dunque la creazione delle condizioni che la possono determinare. Mentre la riduzione del debito – che è prioritaria proprio per generare nuove risorse da destinare allo sviluppo – va affrontata con misure specifiche e di grande taglia (lo schema Guarino di cui ho più volte parlato anche in questa sede).

Va da sé che tanto la Finanziaria quanto la presunta “fase due” del governo Prodi – come conferma il deprimente avvio del dibattito sulle pensioni – si muovono nella direzione opposta a quella indicata. E che uno scenario politico alternativo – governo istituzionale sorretto da una grande coalizione – è il primo investimento da fare sul futuro. Buon 2007.

Pubblicato su Il Foglio del 5 gennaio

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