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Economia europea e rischio-Cina

Superare i tabù, l'unica strada

Lo spettro del protezionismo tiene in stallo l'Europa. Il problema è solamente politico.

di Antonio Gesualdi - 10 luglio 2007

C"è un tabù che tiene in stallo l"Europa. E" quello del protezionismo. La parolina non si può neppure nominare. In Italia ex militanti di sinistra, economisti, giornalisti di passate lotte-continue sono diventati integralo-liberoscambisti, forse, confondendo il libero scambio economico con quello sessuale. A occhio e croce neppure Rifondazione comunista, con il proprio leader Presidente della Camera, riesce ad articolare un ragionamento su come proteggere le economie europee dalla potenza demografica ed economica cinese. Forse per retaggi maoisti?

Ci prova la Lega Nord, come in Francia il Front National e l"estrema sinistra, ma il partito padano rischia sempre l"accusa di xenofobia e antiliberalismo. L"economista Jean-Luc Gréau, ex Medef, ora "animatore" del Centro di Studi settore pubblico-settore privato è uno dei pochi ad affrontare il tabù. "C"è un grande interesse - ha spiegato Gréau - soprattutto del settore finanziario a fermare il protezionismo e a presentare il dibattito come sinonimo di anarchismo economico."

Negli ultimi anni il deficit commerciale dell"Unione europea nei confronti della Cina è aumentato del 93%. Sempre nel rapporto con la Cina l"Unione europea non beneficia assolutamente del libero scambio perché le dimensioni delle popolazioni sono fortemente diseguali. Lo stesso economista americano, tra i più ascoltati, Paul Krugman sostiene che vanno riviste le analisi sull"impatto che il libero mercato ha sui redditi, soprattutto dei lavoratori non qualificati. E che la frammentazione delle aziende, tra delocalizzazione, specializzazione di reparti, progettazioni e assemblamenti, produce un costante impoverimento dei lavoratori occidentali.

Oggi la crescita mondiale viene non più dall"Europa, ma dagli Stati Uniti e soprattutto dall"Asia e per certi ambiti dall"America latina. Gli ex paesi in via di sviluppo (le tigri asiatiche), dalle dinamiche dei quali sono state fatte le analisi degli economisti fino agli anni novanta, non possono più funzionare per la Cina e l"India perché l"impatto demografico non è lo stesso. Il problema vero è che la Cina - paese autoritario - ha scelto di crescere grazie all"esportazione e all"accumulo di obbligazioni statunitensi.

I cinesi, che avrebbero un mercato interno enorme, stanno invece puntando al mercato estero. Perché? Perché non concentrarsi sulla domanda interna e sul progresso sociale? Non si tratta di un effetto spontaneo della globalizzazione. Si tratta di una precisa scelta politica. La Cina, oggi, ha scelto una politica economica imperialista e nessun paese del mondo ne potrà beneficiare. Gli esempi sono numerosi: le aziende sono quasi tutte a capitale pubblico, le aziende estere devono sottostare a regole che non sono di libero mercato, alti tassi doganali verso le importazioni, l"utilizzo di grandi risorse finanziarie sui mercati internazionali e non nazionali. Come potrà proteggersi l"Europa - non i singoli stati - se non con tariffe doganali, recupero dei salari e non messa in concorrenza di questi con quelli asiatici - strategie comuni di salvaguardia degli assetti sociali e dell"industria?

Il problema, dunque, non è economico. Il problema è politico: non si può competere ad armi pari tra popolazioni (quindi le loro produzioni, la scienza, la conoscenza, processi e prodotti) di miliardi di persone e popolazioni di qualche decina di milioni. Di questo i nostri economisti da strapaese continuano a non rendersi conto. Gli scarti salariali, per esempio, come ha anche recentemente spiegato Krugman, si accrescono e non sono diminuiti nel tempo come si pensava fino a una decina di anni fa. Una riserva immensa di disoccupati, come in Cina o in India, produce una pressione altissima sui salari e quindi non c"è stata - e non vi sarà a breve - un aumento del costo del lavoro né in Cina né in India. "Da qui a quando lo scarto si ridurrà - ha detto Gréau in un"intervista a Liberation - diciamo circa 25 anni, l"Unione europea sarà diventata un deserto industriale!"_

I rischi, invece, che si corrono da subito sono il crollo e la stagnazione delle economie nazionali, la crescita degli scontri sociali, la richiesta di interventi estemporanei come quello di Sarkozy che è riuscito a cancellare dal trattato europeo l"obiettivo della "concorrenza libera e non distorta", ma tra europei! Inoltre per coloro che, strumentalizzando l"argomento, associano il protezionismo alle guerre è bene ricordare che il protezionismo in Europa è venuto dopo gli effetti delle crisi indotte dall"apertura dei mercati tra fine Ottocento e inizi Novecento. E non solo: è bene ricordare che la reazione ai crolli delle economie furono il fascismo e il nazionalsocialismo.

Jacque Sapir, direttore a l"École des Hautes Études en Sciences Sociales, ha scritto: "il protezionismo non è un fine in sé". Dunque, se è così, perché non cominciare a parlarne e a far fuori il tabù?

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