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La vicenda Fiat

Sulla Fiat serve chiarezza

Mentre Marchionne ha tutto il diritto di bluffare, il governo ha l’obbligo di essere chiaro e risoluto: meglio nuovi investimenti che aiuti a produzioni decotte.

di Enrico Cisnetto - 23 settembre 2012

Ho sempre sostenuto che per la seconda economia manifatturiera d’Europa sarebbe stato inconcepibile non avere un’industria nazionale dell’auto. E per questo ho sempre difeso qualunque ipotesi di sostegno alla Fiat, anche quelle che l’Europa definisce (definiva?) indebiti “aiuti di Stato”. Adesso non più.
Non perché abbia cambiato idea e sia diventato improvvisamente un oltranzista del pensiero liberista. Ma perché credo – purtroppo – che siano cambiate le condizioni.

In Europa c’è una grande sovracapacità produttiva, che in Italia – destinata quest’anno a non raggiungere neppure un milione e 400 mila vetture immatricolate – raggiunge livelli record. Inoltre il mercato continentale è ormai occupato da alcune case, tutte tedesche, che occupano il mercato generalista come quelli di nicchia con grandi risultati sia in termini di qualità dei prodotti, caratterizzati da un alto livello di innovazione tecnologica, che di risultati aziendali.
Insomma, non c’è più spazio per un produttore che, come Fiat, è sotto il 30% come quota del mercato domestico ed è sceso verso il 5% in quello europeo. E che non produce neppure mezzo milione di vetture (nel 2011 erano state 550 mila). Dunque, al di là dei progetti fantasmagorici di Marchionne di soltanto due anni e mezzo fa – cui soltanto gli stolti potevano dar credito – e che ora sono stati rimessi nel cassetto con la scusa della crisi (che c’era anche quando è stata concepita l’idea di Fabbrica Italia), non ci sono le condizioni per tenere in piedi gli attuali livelli produttivi.
Per questo è logico immaginare che, in mancanza di aiuti pubblici sostanziosi, Marchionne sceglierà di chiudere le fabbriche italiane, fondere Fiat con Chrysler, portandola negli Stati Uniti, e poi decidere dove il nuovo gruppo produrrà in Europa (certo non Italia, che ha un costo del lavoro troppo alto e una produttività troppo bassa).

Dunque, come nel caso dell’Alcoa, il governo è di fronte ad una secca alternativa: veder andar via un’azienda di grande dimensioni con decine di migliaia di posti di lavoro, diretti e dell’indotto, che svaniscono, oppure mettere mano al portafoglio, proprio o degli italiani (come nel caso dell’alluminio, visto che gli sconti sull’energia vanno sulla bolletta elettrica), e sostenere società e lavoratori (con la cassa integrazione straordinaria).
A parte che i soldi non ci sono e recuperarli significherebbe toglierli da qualche altra parte o far pagare più tasse, la mia valutazione è che sarebbe inutile. Per l’Italia l’industria automobilistica non può più essere strategica. Il gap accumulato è incolmabile, o costerebbe troppo colmarlo. E se domani l’Europa dovesse riuscire, finalmente, a ragionare su base continentale, non sarebbe l’Italia il luogo eletto alla produzione. Probabilmente neppure la Francia, ma l’Italia non di certo.
Lo dico con dispiacere e con la piena consapevolezza delle conseguenze negative di questa scelta. Ma sono convinto non abbia alternative. E che se ci sono risorse pubbliche – ed è opportuno che il governo crei le condizioni perché saltino fuori – conviene fare altri tipi di investimenti.

Non so quanto ieri il governo e la Fiat abbiano giocato a carte scoperte. Ma mentre Marchionne ha tutto il diritto di bluffare (basta che non si offenda quando qualcuno glielo fa presente), il governo ha l’obbligo di essere chiaro e risoluto: meglio nuovi investimenti che aiuti a produzioni decotte.

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