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Ma solo Ruini e Pannella se ne sono accorti

Sull’aborto la battaglia è tutta politica

Lo dimostra la percentuale di interruzioni di gravidanza più alta nelle regioni più laiche

di Antonio Gesualdi - 14 dicembre 2005

Sulla questione dell’aborto i cattolici osservanti e praticanti qualche buona ragione ce l’hanno e proprio per questo il tema è politico più che di coscienza.

E proprio per questa ragione la Chiesa cattolica ha perso sia il referendum sul divorzio che quello sull’aborto. Mi spiego.
Se parliamo di dati, ovvero di ciò che succede nella realtà, possiamo dirimere la questione nel modo seguente: dal 1980 al 2001 (dati Istat) l’interruzione volontaria di gravidanza è prevalentemente praticata dalle pugliesi e dalle nostre concittadine dell’Italia centrale e del Nordovest, in particolare del Piemonte. Nel corso di questo ventennio il dato è rimasto, praticamente, costante nel tempo con un notevole abbassamento, in generale, dell’aborto tra le donne della Campania, della Sicilia, della Sardegna e del Nordest.

L’età media di chi abortisce al Sud è di 31,4 anni mentre al Centro-Nord è di 29,8 anni. Se scorporiamo nel dettaglio le età troviamo un tasso di abortività volontaria tra i 15-19 anni più alto in Puglia e nel Nordovest. Nell’età 20-24 anni il tasso di abortività è generalmente simile in tutta Italia tranne le province di Vicenza, quelle della Sicilia occidentale e la Sardegna. Per le età oltre i 35 anni il tasso di abortività è più alto nelle province meridionali. Il Nordest, in tutte le fasce e in tutto il periodo preso in considerazione, ha il tasso di abortività volontaria sempre più contenuto. Non a caso l’idea di piazzare dei volontari anti-aborto nei consultori è venuta dal Veneto con la presentazione di una petizione popolare già nella scorsa legislatura regionale. Cosa della quale non si è occupato nessuno per oltre due anni e che è diventata improvvisamente di attualità negli ultimi mesi perché – come ha ben spiegato Speroni nel suo ultimo articolo – si avvicinano le elezioni. Quello dell’aborto, dunque, è evidentemente un tema politico strettamente legato all’antropologia politica e culturale del nostro Paese. E come tale andrebbe trattato.
Perché, allora, i cattolici hanno ragione ad usare questo tema in funzione di lotta politica? Semplicemente perché chi pratica più interruzione di gravidanza volontaria, nel nostro Paese, vive in regioni o province dove, storicamente, la cultura politica è più laicista: il Centro Italia e il Nordovest e la Puglia che esprime, da sempre, una forte tensione politica e che non a caso oggi ha un governatore di Rifondazione comunista, dichiaratamente omosessuale.

Mentre il Nordest, ex sagrestia d’Italia (pensate a Vicenza!), contiene il numero di aborti ed è allo stesso tempo un baluardo, passatemi la provocazione, anti-riformista (nel senso del Concilio di Trento) e la Sardegna è una regione che gli antropologi politici sanno essere molto bilaterale: ovvero dove la status della donna, all’interno delle dinamiche famigliari, è ritenuto molto elevato. Dunque in Italia, di fatto, si pratica l’interruzione volontaria di gravidanza nelle aree più laiciste, più di sinistra e più lontane dalla pratica cattolica. Per riprova si tratta di aree dove il Partito Radicale ha i più alti consensi. Ora è evidente che alla Chiesa cattolica convenga tentare di concentrare l’attenzione su un tema, o su alcuni temi, che sono antropologicamente legati anche alla lotta politica. Piuttosto sta agli altri difendere i propri sistemi di valori e quindi i propri principi. Resta, comunque, una domanda: se tutti concordiamo sul fatto che l’aborto è una estrema ratio perché proprio nelle aree più laiciste non si intraprendono politiche culturali più incisive per diffondere l’uso della contraccezione preventiva? Si risponderà: perché anche quella della contraccezione è una battaglia politica. Precisamente.

Dobbiamo credere, allora, che solo il cardinale Ruini e Marco Pannella (e di questi nessuno dei due risulta avere una famiglia e dei figli!) siano coscienti di questo?

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