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Fao, impennata dei consumi agroalimentari

Sul mercato errori di valutazione

Ripensare al ruolo delle istituzioni sovranazionali e alle politiche industriali

di Enrico Cisnetto - 04 giugno 2008

Ha ragione il presidente della Repubblica. Nel suo intervento al vertice della Fao che da ieri si tiene a Roma, Giorgio Napolitano ha sottolineato come nella attuale carenza di cibo che sta attanagliando il mondo c’è stato un colossale errore di “sottovalutazione e imprevidenza” nel non rendersi conto che la straordinaria crescita economica dei paesi cosiddetti emergenti, in particolare Cina e India, avrebbe comportato anche un’impennata dei consumi agroalimentari. Ed è altrettanto vero che per tornare all’equilibrio non si può lasciar fare solo al mercato. Tantopiù che gli errori di sottovalutazione sono stati soprattutto politici.

Dal punto di vista italiano, per esempio, l’errata valutazione del fenomeno cinese è stata particolarmente macroscopica: basta pensare che la Cina ha cominciato a veder crescere il suo pil a cifre intorno al 10% fin dalla fine degli anni Ottanta, mentre da parte dei politici della Prima Repubblica il fenomeno è stato prima ignorato, poi rimosso, infine viene usato oggi – nella cosiddetta Seconda Repubblica – come spauracchio per invocare il ritorno a un improbabile neo-protezionismo. Ora, sul piano dei consumi internazionali, l’entrata in gioco dei player asiatici ha un impatto pesante: il frumento, per esempio, è cresciuto del 77% nell’ultimo anno, e non molto diversamente vanno le altre materie prime agricole. Pure a breve i tempi si annunciano duri: nel 2008 la produzione mondiale di cereali crescerà solo del 3,8%, arrivando a toccare 2,191 milioni di tonnellate, una soglia che non riuscirà a ricostituire le scorte necessarie ai consumi mondiali. Così, secondo la stessa Fao, ci sono oggi almeno 22 paesi a rischio carestia, mentre crescono nuove tensioni geopolitiche.

E’ evidente quindi che oggi è necessario potenziare, ripensandolo, il ruolo delle grandi istituzioni sovranazionali (non solo la Fao, ma anche il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale), le quali, figlie del dopoguerra e della decolonizzazione, hanno dimostrato negli ultimi tempi di aver strumenti troppo datati per gestire le crisi sistemiche come quella finanziaria generata dai subprime. Dal punto di vista domestico, poi, è necessario riflettere sulla posizione di subalternità in cui ci troviamo oggi per le – mancate –politiche industriali del passato. Con la scelta bucolica e sessantottina dello “slow food” e della falsa valorizzazione del made in Italy, ci siamo infatti abbandonati per anni alle basse rese, alle coltivazioni di nicchia, al biologico, come rimedi per tutti i mali. Adesso, che ci ritroviamo con i granai vuoti (siamo dipendenti per l’85% dall’estero per le forniture agricole) e i prezzi alle stelle, ci rendiamo conto ancora una volta di quanto le scelte sbagliate del passato abbiano contribuito alla nostra marginalizzazione internazionale. Certo, nulla al cospetto dei problemi dell’Africa. Ma pur sempre un problema, e grave, per noi.

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