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La vera partita riguarda l'euro

Su la testa

Ciò che occorre fare è azionare due leve: quella delle riforme interne e quella delle relazioni internazionali

di Davide Giacalone - 30 giugno 2011

Tutti guardano alla partitella italiana, che sarà sospesa per l’ora di pranzo e ripresa con comodo, mentre pochi s’accorgono che la più grossa questione riguarda l’euro, in una gara che non si ferma e non prevede clemenza. Oggi gli occhi sono rivolti verso il Consiglio dei ministri, accompagnato dalla solita gnagnera sui contrasti interni. Intanto portano a casa un grandioso risultato di comunicazione: fra dolori annunciati e che non saranno arrecati e benefici promessi che non saranno mantenuti, tutti, alla fine, saranno disturbati e delusi, pur cambiando poco e niente. Non è facile, ma ci si riesce. L’importante è che ci sia collegialità.

Le cose vanno nel senso qui anticipato: nell’immediato modeste correzioni dei conti, salvo previsione di più massicci interventi, a valere entro tutto il 2014. Saluti e baci. L’ammontare complessivo dell’operazione è nell’ordine di 47 miliardi. L’approssimarsi della lama, incaricata dei fatidici tagli, crea terrore, urla e svenimenti. Salvo il fatto che da dietro s’avanza una mannaia e nessuno dice niente. Si fa finta di dimenticare alcuni elementi, che, come vedremo, travolgono non solo noi, ma l’euro.

Se 47 miliardi, in tre anni, sembrano tanti, ci si ricordi che per il solo differenziale dei tassi d’interesse sul debito pubblico ne paghiamo, ogni anno, 35 più dei tedeschi. Detto in modo diverso: i nostri concorrenti raccolgono denaro, sul mercato, con un vantaggio di più del 2%. Hai voglia a far crescere la produttività e il pil, per recuperare! Questa settimana il differenziale, spread, ha toccato un record: 223 punti base.

E’ salito di 8 punti base (poi calati), che fanno 1,28 miliardi l’anno (il conto è della serva, perché si deve fare la media dei titoli già venduti e della loro scadenza, ma serve a capirsi). A ciò si aggiunga un dettaglio: la spesa media per gli interessi, calcolata in percentuale al pil, è costantemente scesa, dal 1995 al 2009, ma, contemporaneamente, il debito è costantemente cresciuto (passando velocemente dalle mani dei nostri cittadini a quelle d’investitori internazionali). Non è un miracolo, ma l’effetto dei bassi tassi d’interesse. Davanti a noi abbiamo un tempo in cui è ragionevole prevedere che quei tassi crescano. Morale della favola: si discute di 47 miliardi in tre anni, ma basta un niente che muova la mandria dei mercati e ce li rimettiamo in un anno solo, sull’unghia. Gli oneri del debito, sia chiaro, non sono spese che si rimandano: si paga tutto e subito.

E’ uno scenario di tipo greco? Assolutamente no. La Grecia equivale al 4% del debito europeo. Una pagliuzza. Noi abbiamo un peso decisamente diverso (cumulando debito pubblico e privato, più o meno quanto i tedeschi). Attaccare la Grecia significa costringere i governi europei a salvare le loro banche (specialmente tedesche e francesi), quindi lucrare sulla loro incapacità di conciliare una moneta unica con tanti debiti nazionali, per giunta assistiti da diversi tassi d’interesse. Attaccare l’Italia significa radere al suolo l’euro. Questo ci rende sicuri, ma, al tempo stesso, stuzzica il sadismo speculativo delle agenzie di rating, che già sbavano all’idea di declassare il nostro debito e vedere un po’ l’effetto che fa, vale a dire incassare soldi del contribuente italico.

Ciò che occorre fare è azionare contemporaneamente due leve: quella delle riforme interne, in modo da cambiare natura alla spesa pubblica, e quella delle relazioni internazionali, tanto per chiarire che non siamo i più fessi del globo e che già la guerra in Libia ci sembra abbastanza, in termini di cavolate fatte per danneggiarci. Invece che passare il tempo a discutere sull’essere il Tizio bollito, il Caio brasato e gli altri fritti, che se è questo il livello espressivo cui i governanti giungono non fanno che rendere desiderabile il silenzio, sarà meglio che ci si ricordi di avere un posto nel mondo e di essere una delle grandi potenze economiche, il che esclude l’accodarsi scodinzolante agli ordini di qualche autorità europea, governata da chi non sarebbe chiamato a guidare manco il paesello natio.

Paghiamo le nostre responsabilità per un debito giunto al 120% del pil, ed è giusto. Ma non possiamo prepararci a pagare anche quelle di chi non ha ancora capito che senza un debito federale non ha senso una moneta federale. Spesa, per giunta, finanziando una guerra contro i nostri interessi. Su la testa.

Pubblicato da Libero

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario