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Sono uno strumento migliorabile,non armi

Studi di settore e dibattiti ideologici

Proposte concrete per cambiare le cose senza buttare il bambino con l’acqua sporca

di Enrico Cisnetto - 25 giugno 2007

Uno strumento per governare, non un’arma da brandire. Migliorabile, non da demonizzare. La questione degli studi di settore è la cartina di tornasole di quanto sia difficile, in Italia, riuscire a porre una questione senza venire risucchiati in un dibattito tutto ideologico. La loro modifica ad opera del governo Prodi, infatti, ha subito acceso lo scontro tra chi – nei panni di un moderno Torquemada – vuole usare gli strumenti del fisco come una spada di Damocle da porre sulla testa degli operatori economici, e chi, invece, in un inedito “not in my back yard” fiscale, invita a guardare l’evasione che c’è nel “giardino” degli altri e non nel proprio. Due opposti estremismi, che certo non generano soluzioni concrete e condivise, ma semmai alimentano l’idea – profondamente sbagliata – che quei 100 miliardi di mancati introiti fiscali all’anno denunciati dal ministro Padoa-Schioppa siano un problema di polizia, anziché di sistema. Problema che necessita, quindi, di una risposta organica, come la definizione di un nuovo patto sociale in cui lo scambio tra le funzioni e i servizi dello Stato e le tasse pagate dai cittadini e dalle imprese risulti equilibrato. Sapendo che la storia ha sconfitto tanto il partito dell’equazione “aliquote basse, poca evasione” – il presidente Reagan, che si fece convincere da Arthur Laffer a tagliare le tasse proprio con questa motivazione, generò uno dei più grandi deficit della storia americana – quanto quello dell’equazione opposta (come dimostra il caso italiano).

Meglio, allora, avanzare proposte concrete che permettano di salvare gli studi di settore, uniformandoli però ad una realtà cui oggi, oggettivamente, vanno stretti. Prima proposta: evitare la cosiddetta decorrenza retroattiva degli studi modificati, dando così al contribuente più tempo per adattarsi ai nuovi principi ed eliminando anche la fastidiosa sensazione che le “regole del gioco” siano state cambiate durante la partita. In questo modo, si eviterebbe anche la pioggia di contenziosi annunciata per quest’anno, dai quali hanno motivo di perderci (soldi e tempo) sia il fisco sia i contribuenti. Seconda proposta: abbassare la soglia di fatturato delle imprese a cui vengono applicati gli studi dagli attuali 7,5 ai 4 milioni, escludendo così dal computo totale quelle aziende con dimensioni interessanti per gli standard del nostro capitalismo, e che già si trovano, proprio per i loro parametri, a dover gestire una contabilità complessa, a causa della quale è più difficile evadere. Terza proposta: ripristinare il valore probatorio della contabilità ordinaria, che – anche se oggi esiste in via di principio – nei fatti non è rispettato, visto che la presunzione di ricavo stimata dagli studi vale più di una certificazione controfirmata da un collegio sindacale e dalle banche (nonostante che l’introduzione dei principi di Basilea 2 le abbia rese più severe). Quarta proposta: escludere dagli studi le imprese che lavorano in conto terzi, visto che questa categoria si trova nell’impossibilità pratica di evadere (dato che la sua controparte nel mercato è un’altra azienda). Quinta proposta: a questo punto, punizioni più severe e rapide per chi sgarra. Migliorare, e rendere più equo il sistema, è possibile. Buttare via tutto soltanto sarebbe un rimedio peggiore del male. Insistere così sarebbe diabolico.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario