ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Stop alla fusione Autostrade-Abertis

Un caso di vero masochismo autostradale

Stop alla fusione Autostrade-Abertis

Un chiaro esempio di malfunzionamento dei rapporti fra politica ed economia in Italia

di Enrico Cisnetto - 15 dicembre 2006

Una tipica storia all’italiana. Lo stop arrivato ieri dal consiglio di amministrazione di Autostrade alla fusione con la spagnola Abertis è la degna conclusione di una vicenda che potrebbe diventare un perfetto caso di studio per capire come (non) funzionano i rapporti tra politica ed economia nel nostro Paese. Una serie di errori che hanno finito per far saltare un’operazione conveniente a tutti. Ai Benetton e ad Abertis, perché avrebbero costituito un gruppo dalle dimensioni mastodontiche, con 6 miliardi di euro di fatturato, un margine operativo lordo di 3800 milioni e 6740 km di rete autostradale. E all’Italia, che avrebbe avuto la possibilità di sfruttare il potenziale finanziario di questo enorme colosso per migliorare la propria rete infrastrutturale, ridotta ad un colabrodo.
Dal momento dell’annuncio del matrimonio, invece, il governo ha scatenato una guerra di logoramento fatta di dichiarazioni urlate ai giornali e rassicurazioni private in camera caritatis, fino allo “sgambetto” del famigerato articolo 12 del decreto collegato alla Finanziaria, che impedisce di fatto quella fusione, perchè altera sensibilmente il valore di Autostrade (come di tutte le altre concessionarie del settore), andando a modificare unilateralmente i rapporti contrattuali a suo tempo stipulati dallo Stato.
Si dice: ma i Benetton hanno sbagliato all’inizio, lanciando l’operazione quando Berlusconi era già uscito da palazzo Chigi e Prodi non vi era ancora entrato. Okay, ma anche supponendo che la colpa sia interamente loro, il governo ha fatto molto di peggio. Se riteneva che la fusione con Abertis rappresentasse una lesione degli interessi strategici del Paese, avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di dirlo, in modo chiaro e netto fin dall’inizio. Invece si è cominciato a cavillare, a tirarla per le lunghe, facendo ricorso a motivazioni demagogiche nella forma ma risibili nella sostanza, con il presidente del consiglio che ha trovato comodo nascondersi dietro l’attivismo di un ministro come Di Pietro, che evidentemente ritiene di dover esercitare la sua funzione con i metodi che gli furono propri quando era un magistrato “famoso”. Prima, ha provato a prendersela con la presenza di costruttori nel capitale dell’impresa, sostenendo un potenziale conflitto di interessi (quello relativo ai soci che di mestiere fanno i costruttori): e lì è bastato che Bruxelles alzasse un po’ la voce per costringere tutti a un rapido dietrofront. Poi, ha cominciato a rimproverare ad Autostrade di essersi mangiata 2,5 miliardi di investimenti obbligatori, quando si sa benissimo che il blocco delle infrastrutture nel nostro Paese è da imputarsi al diritto di veto che inopinatamente il governo centrale ha deciso di concedere agli enti locali. Tutto questo è stato fatto per mezzo di dichiarazioni rilasciate in totale spregio degli interessi di tutti gli azionisti – anche quelli piccoli – di un’azienda quotata in Borsa (anzi due, visto che anche Abertis lo è a Madrid).
E’ per questo motivo che la storia della fusione mancata Autostrade-Abertis è emblematica della fragilità del sistema-Italia, in cui la politica non ha né l’autorevolezza delle decisioni nette né la capacità di cavalcare il mercato, magari assumendosi la paternità di un’intesa che comunque aveva uno sfondo politico-diplomatico. E alla fine di questa vicenda, ci troviamo da una parte con un gruppo imprenditoriale – i Benetton – nauseato e pronto, a questo punto, a fare idealmente le valigie per trasferire i suoi investimenti in luoghi dove la politica se s’impiccia è perchè ha in testa disegni industriali chiari e concreti; dall’altra, con un governo che per riuscire nel suo intento ha litigato con la Spagna – e Dio solo sa quante contropartite si sarebbe potute ottenere, per esempio Endesa avrebbe potuto costituire un partner di primo livello per Enel o Eni, e invece finirà alla tedesca E.On – ha fatto l’ennesima brutta figura con la Commissione Europea, ed è riuscito persino a spaccarsi al suo interno, se è vero che i ministri Bonino e D’Alema erano su posizioni assai diverse dall’isterico braccio di ferro voluto da Di Pietro.
Insomma, siamo di fronte ad un esempio di puro masochismo tafazziano, tutti hanno fatto a gara per fare più male possibile al Paese. Che dire? Complimenti vivissimi.

Pubblicato sul Gazzettino del 14 dicembre 2006

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario