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Public Policy

Privacy e spionaggio

Sto con Obama

Abbiamo accettato l’accumulazione dei dati a scopo di marketing, quindi di lucro. Non si vede perché non accettarlo a scopo di sicurezza collettiva.

di Davide Giacalone - 10 giugno 2013

Regalo volentieri la mia privacy a un sistema come quello dello statunitense Patriot Act, voluto dal presidente Bush e poi prolungato dal presidente Obama. Gli attacchi che a quest’ultimo sono rivolti, accusandolo di essere una specie di spione digitale globale, nascono o da grande ipocrisia o da non meno vasta ignoranza su come funziona la ragnatela internet, che avvolge il mondo. La privacy, in rete, non esiste. Quella di essere costantemente connessi con il mondo è una grande opportunità, un balzo in avanti della civiltà globale, un modo per abbattere barriere prima insormontabili, ma ha dei prezzi. Non si può non pagarli, ma si deve trarne il massimo beneficio. Tante polemiche sui dati “acquisiti e spiati” sembrano, invece, destinate all’opposto.

Mettiamo in chiaro che i dati sono sempre e tutti acquisiti e utilizzati. Quando il social network che frequentate vi suggerisce di guardare l’elenco delle altre persone che potreste conoscere è proprio perché ha preso i vostri dati, li ha incrociati con quelli di altri e ha individuato delle connessioni. Quando ricevete sulla mail della pubblicità che non avete mai chiesto non domandatevi dove hanno pescato il vostro indirizzo, perché quello è il frutto dei porti in cui avete attraccato, nel mentre navigavate in internet. Che fossero siti porno (i più visitati in assoluto) o d’informazione, che vi stesse documentando sulla vela o sui viaggi in Nepal, chi gestisce la vostra connessione e la nostra navigazione prende nota e agisce di conseguenza. I vostri sms sono conservati, per legge, dal vostro gestore telefonico. Chi va in piazza e chiama un amico che sta passando al capo opposto lo fa per farsi sentire, non per nascondersi. Chi naviga in rete deve sapere che nessuno può sindacare sui suoi gusti o interessi, ma di quelli rimane sempre traccia.

Quando leggete che un gruppo di pedofili è stato individuato e arrestato, grazie al fatto che si è trovato prima il luogo (immateriale e delocalizzato) dove si scambiavano il loro immondo materiale, poi da quello si è risaliti ai server, quindi alle identità “ip” (internet protocol), quindi ai loro computer e alle loro persone, vi scandalizzate e gridate alla violazione della privacy? Non credo. Io no. Quando leggiamo che quattro deficienti assatanati s’erano scambiati vari messaggi in bacheche e pubbliche discussioni, proponendosi di mettere fine alla civiltà occidentale, e che poi quei quattro criminali hanno messo una bomba e fatto saltare in aria persone e cose, qual è la vostra reazione? La mia è: peccato non averli fermati prima. Il programma Prism (il prisma ottico serve a scomporre i fasci di luce, rendendo distinguibile ciascun colore), che fa capo alla Casa Bianca, ha questa finalità. Dovrei sentirmene minacciato? Per la verità spero d’esserne protetto. Certo che possono esserci degli abusi. Possono sempre esserci. Ma non è un buon motivo per rinunciare. Anche nel controllo dei passaporti o delle identità personali possono esserci abusi (mi capitò in Messico), ma non è una buona ragione per non chiedere i documenti a chi passa.

Prendiamo atto, in ogni caso, che negli Usa non sono state pubblicate conversazioni e corrispondenza dei cittadini, mentre in Italia, senza alcun Patriot Act, non facciamo che leggerne trascrizioni per ogni dove. Gli abusi, da noi, sono considerati legali. La violazione della privacy, da noi, è la regola. Sicché guardo agli Usa con invidia. S’è sostenuto che dopo tale scoperta non si potrà più fare la morale ai sistemi dispotici che spiano e arrestano i loro cittadini. Ma non è mica la stessa cosa, neanche lontanamente. Un pedinamento è sempre un pedinamento, ma avere alle calcagna l’Ovra, il Kgb, i guardiani del popolo, oppure la Cia e anche i nostri servizi di sicurezza non è affatto la stessa cosa.

Nessun problema, allora? C’è, invece. Abbiamo accettato l’accumulazione dei dati a scopo di marketing, quindi di lucro. Non si vede perché non accettarlo a scopo di sicurezza collettiva. Ma chi garantisce che gli uni e gli altri non abbiano anche altre finalità? Nessuno. Inoltre: la gestione non nazionale delle reti toglie sovranità (anche culturale). Noi italiani siamo fuori da tutto. Ecco problemi grossi e reali, ma neanche parenti di quelli che ora scioccamente si agitano.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario