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L'editoriale di Società Aperta

Stiamo curando una polmonite con l'aspirina

Basta tirare la "coperta corta" delle opposte emergenze. Ora Letta metta mano a un grande "piano Marshall"

di Enrico Cisnetto - 15 giugno 2013

Sarà colpa dello spread, che ha smesso di essere ansiogeno, ma ci stiamo dimenticando della Grande Emergenza, e ci occupiamo – inutilmente – delle piccole, e talvolta presunte, emergenze. Chissenefrega di Imu e Iva da rinviare – si badi bene, da rinviare di qualche mese, non da ridurre – e pazienza se non c’è più capienza per finanziare la cassa integrazione straordinaria. Qui il tema vero è bloccare l’avvitamento di una crisi che, a politiche invariate, non si fermerà non solo nella seconda metà dell’anno ma neppure nel 2014. E non si ferma mettendo qualche toppa o affidandosi a piccole riforme, magari anche preziose ma di fatto ininfluenti, bensì con una cura choc, un grande piano Marshall per la riconversione economica e produttiva dell’Italia. Invece parliamo d’altro, e il clima nel paese è tornato ad essere di sostanziale inconsapevolezza della gravità della situazione. Incoscienza resa ancor più accentuata dall’abitudine, ormai diffusa anche nei bar, di dare la colpa all’Europa dei “tedeschi cattivi”: cosa che pure ha un suo fondo di verità, ma che come spesso ci capita noi usiamo per scaricarci la coscienza e deresponsabilizzarci rispetto a quello che c’è da fare a prescindere dall’eurosistema.

Eppure, i segnali di allarme non mancano. Per esempio, il pil nel primo trimestre di quest’anno è andato peggio delle già negative previsioni, con un calo dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e del 2,4% rispetto al primo trimestre 2012. La variazione negativa già acquisita per l’anno in corso è dell’1,6%, percentuale che supera le stime sia del governo che di molti organismi nazionali e internazionali. Ora, è vero che le percentuali mensili e trimestrali della produzione di ricchezza non sono così facilmente leggibili come il quotidiano bollettino di guerra dello spread, ma non dovrebbe essere troppo complicato capire che se l’economia retrocede da otto trimestri consecutivi (compreso quello attuale, di cui non abbiamo ancora dati ufficiali ma è certo che porta anch’esso il segno meno), che si aggiungono ai sei trimestri di recessione del 2008-2009 per un totale di tre anni e mezzo (che diventeranno 4 a fine 2013 per un totale di una decina di punti di pil perduti), vuol dire che stiamo parlando di una catastrofe di proporzioni gigantesche. Di fronte alla quale è assurdo – e criminale – sia aspettare che la soluzioni ci arrivi dall’Europa, sia mettere mano a pannicelli tiepidi. Perché finora, di questo si è trattato: il nulla.

Provate a sommare: sei mesi di inattività del governo Monti – bene o male che stesse facendo, si è di fatto fermato a metà del 2012 – più due mesi di campagna elettorale e altrettanti di demenziale gestione del dopo-voto. Totale: dieci mesi di assenza di governo. Ora si aggiungono i 45 giorni di vita del governo Letta, dai quali certo non si poteva pretendere la soluzione di tutti i problemi, ma che sono più che sufficienti per misurarne un approccio – forse inevitabilmente, vista la precarietà del processo di alleanza tra Pd e Pdl – piuttosto prudente. Insomma, comunque la si rigiri, all’Italia manca il polso di un governo da quasi un anno, e questo nel pieno di una crisi economica, e ormai anche sociale, senza precedenti. Ecco la Grande Emergenza: il combinato disposto di una recessione monstre, della mancanza di un vero governo nazionale e della latitanza di decisioni politiche lungimiranti a livello comunitario.

Ebbene, al cospetto di tutto questo, di fronte all’allarme della Bce che ci dice chiaramente che non possiamo diluire alcuno degli impegni presi in sede Ue, noi che facciamo? Pratichiamo il gioco della “coperta corta”. E quando si battono i denti, è la cosa più stupida che si possa fare: testa o gambe che restino scoperte, sempre di freddo si muore. Abbiamo miracolosamente partorito un governo di grande coalizione, cioè esattamente quello che ci vuole in situazioni di emergenza, ma stiamo buttando via l’occasione – probabilmente non a caso, visto che il patto di maggioranza è nato per sfinimento, senza alcuna convinzione (specie a sinistra) e soprattutto senza la necessaria consapevolezza – proprio perché anziché provare a fare le cose fino a ieri impossibili, i partiti e gli stessi ministri si dividono sulla priorità da dare alle piccole cose possibili, che per nobilitarle vengono chiamate emergenze. Esattamente la “coperta corta”: c’è chi la tira per Imu e blocco dell’aumento dell’Iva, c’è chi all’opposto la tira per finanziare la cassa integrazione e inventarsi politiche per il lavoro. Forse si riesce, con fatica e tempi infiniti, a fare in modo che copra un po’ sia le une che le altre parti scoperte. E forse la coperta non si rompe, specie se si trova come elemento unificante la comune invocazione all’Europa di concederci una coperta più larga, anche se inutilmente. Ma quand’anche? Non servirebbe a nulla. Una fatica perfettamente inutile: non è così che si salva l’Italia. L’unico modo è cambiare la coperta. E per farlo occorrono terapie choc. Operazioni straordinarie.

Un grande piano nazionale con cui mettere in campo misure straordinarie (per dimensione) e strutturali (non emergenziali). E che va fatto a prescindere dall’Europa. Letta lasci perdere i giochi di equilibrio tra Pd e Pdl, non si illuda che siano le politiche soft – pur necessarie, sia chiaro – tipo le semplificazioni o le normative per i giovani a risolvere la crisi italiana. Usi dosi massicce di coraggio, e prepari una grande iniziativa che: a. metta in gioco il patrimonio pubblico (dello Stato ma anche degli enti locali); b. incentivi ma obblighi il patrimonio privato a rendersi funzionale allo sviluppo; c. converta una fetta tra il 10% e il 20% della spesa pubblica da spesa corrente a investimenti in conto capitale. Un operazione da qualche centinaio di miliardi, da spendersi sia riducendo in modo significativo il carico fiscale su imprese e lavoro, sia dando il via ad alcuni piani di infrastrutturazione (materiali e immateriali) del paese, sia infine favorendo la nascita di nuove realtà industriali.
Secondo noi, per un piano Marshall il Paese è pronto. Anzi, desideroso che finalmente ci sia qualcuno che sappia fare uno scarto di corsia. Solo la politica, che gioca con la “coperta corta”, non l’ha capito. Ma Letta, che sappiamo esserne cosciente, deve battere un colpo. Secco.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario