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L’emergenza è finita, ora si rifletta

Statuto Bankitalia, problemi e regole

Meccanismi decisionali, nomine e assetti proprietari le questioni più controverse

di Enrico Cisnetto - 27 novembre 2006

L’emergenza Bankitalia è finita da un pezzo, ma di ricominciare a ragionare senza schematismi non se ne parla. La legge sul risparmio approvata dal Parlamento in fretta e furia all’epoca dei “furbetti del quartierino”, e lo Statuto di Via Nazionale che sarà approvato dopodomani dall’assemblea straordinaria, se da un lato rappresentano una complessiva modernizzazione della banca centrale rispetto al passato, dall’altro introducono norme che potrebbero metterne in pericolo la validità delle decisioni, l’assetto proprietario e persino la sua indipendenza.
In primo luogo, la legge prevede il meccanismo della collegialità per tutta una serie di atti del Direttorio che “hanno rilevanza esterna”. Una formula (volutamente) ambigua, pensata per evitare il rischio di abusi, che però potrebbe essere dichiarata incostituzionale, visto che i funzionari pubblici possiedono attribuzioni e poteri che ne presuppongono un ordinamento gerarchico. E per consuetudine il Governatore – proprio per la carica che ricopre – viene considerato primus inter pares, il cui voto vale doppio in caso di parità.
Un secondo profilo di rischio arriva dal nuovo Statuto, il quale prevede che la nomina del Direttorio stesso sia effettuata su proposta del Governatore. Ebbene, una norma del genere rischia di avere un’altissima potenzialità lottizzatoria. Non tanto oggi, visto che l’indipendenza e l’autorevolezza di Draghi rappresentano una garanzia più che sufficiente per metterlo al riparo da qualunque pressione indebita, quanto in futuro, nel momento in cui sarà il governo a nominare il Governatore, sentito il parere del Consiglio Superiore dell’istituto, e non più viceversa. E la tentazione dell’esecutivo di “barattare” la poltrona con la garanzie che all’interno del Direttorio vengano nominati uomini “di fiducia”, potrebbe rivelarsi irresistibile.
Il terzo punto che rischia di dare adito a tutta una serie di contestazioni è la questione relativa alla proprietà della Banca d’Italia. La decisione presa dalla politica è che le quote dell’istituto vengano trasferite dalle banche allo Stato entro tre anni. In questo caso, il rischio è ancora più grave, perché per questo “esproprio” il Tesoro ha stanziato 800 milioni di euro, una cifra ridicola per quote azionarie che molte banche – avendo avuto la possibilità di valutarle a piacimento, e questo è stato sicuramente un errore – hanno in carico a cifre rivalutate, tanto che oggi il valore complessivo di Bankitalia oscilla tra i 12 e i 40 miliardi di euro. Come si troveranno questi soldi? O si tenta una complicata operazione di ingegneria finanziaria – per esempio, un acquisto a debito con il denaro della stessa via Nazionale – che Bruxelles contesterebbe subito, oppure si decide di sottopagarle, costringendo le banche italiane (molte delle quali sono quotate in Borsa) a pesanti minusvalenze. Prestando così il fianco ad eccezioni costituzionali – l’esproprio deve essere seguito da un equo indennizzo, secondo gli articoli 42 e 43 – che rischierebbero di far naufragare un progetto doveroso (è innaturale che il controllato possieda il controllante), ma che forse richiede un progetto più definito. Dunque, prima di procedere si rifletta di più e meglio. Non possiamo permetterci ricorsi al Tar e di lì alla Corte Costituzionale, con conseguente sospensione di un processo giusto e necessario.

Pubblicato sul Gazzettino del 26 novembre 2006

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