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Dopo il varo del decreto sulla competitività

Statali e alleati premono Siniscalco

Concedere ai dipendenti pubblici aumenti uguali per tutti è una follia, ma An e Udc...

di Alessandra Servidori - 09 maggio 2005

Decreto sviluppo in porto con la fiducia. Così dopo oltre mille emendamenti che ne hanno complicato non poco l’iter, il provvedimento sulla competitività, “caricato” di significati politici mastodontici, è stato approvato. Il decreto non poteva realisticamente avere l’ambizione di risolvere i problemi dello sviluppo italiano, ma è un primo passo del nostro Paese che anticipa coraggiosamente anche quelli che dovrebbero compiere gli altri partner dell’Unione europea sulla strada che porta alla liberalizzazione del sistema economico, che dovrà essere corroborato poi da un sistema fiscale più amichevole verso il contribuente e da un maggiore spirito d’iniziativa da parte della rete delle imprese.

La situazione e la comparazione europea sono d’obbligo, poiché sarebbe sbagliato non considerare cosa si sta muovendo in ambito economico. Diventa infatti sempre più evidente proprio in queste ore che avevano ragione le banche d’affari che nei giorni scorsi hanno tagliato le stime di crescita dell’area euro. Sono usciti i dati sulla fiducia, in aprile, dei tre principali paesi europei – Francia, Germania, Italia – e in tutti e tre i casi siamo ai minimi degli ultimi due anni. E questo influisce non poco sul clima di sfiducia che c’è in giro che ha caratteristiche internazionali. Di sicuro dunque la Bce lascia i tassi d’interesse immutati (con la bassa congiuntura che c’è non può fare diversamente) e probabilmente quei segnali di ripresa che si annunciavano non molto tempo fa, saranno invece non menzionati, ed anzi, la loro mancanza rappresenterà seri problemi.

La lucidità delle analisi economiche italiane poi ci deve spingere ad una visione complessiva delle manovre in corso. Una soluzione potrebbe essere nel Dpef anticipato a maggio che può costituire un forte segnale di rigore e la Finanziaria a luglio che può consentire di estendere alla seconda parte di quest’anno i benefici di una manovra rigorosa e mirata allo sviluppo. A settembre si tratta così di presentare solo la legge di bilancio auspicando effetti positivi già nel 2005, soprattutto con segnali di rigore con quattro mesi di anticipo rispetto ai mercati e all’Europa. Ai tecnici comunitari che si affannano a puntare il dito sui conti italiani è necessario ricordare che è saggio non caricare di eccessive aspettative “la futuribile stagione prodiana” poiché la passata gestione ulivista dell’Unione europea è stata sufficientemente opaca e ininfluente. I conti italiani in questo momento non segnalano un particolare aggravamento: il dato tendenziale corretto per la congiuntura del 2001, e cioè l’ultimo anno di competenza del Governo di centrosinistra, dava il rapporto deficit/pil al 3,3%. E questo nonostante un quinquennio in cui la crescita media è stata del 2,1%. Questo dunque il dato ereditato dal centro-destra con un tasso di crescita che è di un terzo rispetto alla legislatura precedente, e il tendenziale è sempre il medesimo. Dunque la finanza pubblica sicuramente non consente distrazioni anche perché è necessario essere realisti e la trimestrale di cassa dice chiaramente che nel 2005 viene sfiorato il 3% del deficit pubblico in rapporto al pil previsto dai parametri europei.

Per quanto riguarda il decreto competitività dunque alcune importanti novità sono da apprezzare. Sconti Irap per chi assume al Sud - fino a 100 mila euro a dipendente -, premi di concentrazione per le imprese, multe salate per chi compra prodotti falsificati e un Alto commissario contro la contraffazione, agevolazioni per l’applicazione della legge Biagi a sostegno dell’occupazione e meno cari i passaggi di proprietà per le auto. Aumentano le tasse su birra e alcolici, arrivano al governo le deleghe per riformare il diritto fallimentare e quello di procedura civile, mentre viene confermato lo stralcio per tutta la partita della riforma delle professioni. Cospicuo il pacchetto che riguarda lo snellimento dei rapporti con la pubblica amministrazione con il potenziamento della Dia, la dichiarazione di inizio di attività in base alla quale basta autocertificare l’avvio di un’impresa. Aumentano le deduzioni fiscali per chi dona alle Onlus, al terzo settore, agli enti di ricerca privati. Sul fronte del lavoro novità importanti: arriva per i lavoratori atipici e i pensionati la cessione del quinto dello stipendio, la proroga degli ammortizzatori sociali, l’innalzamento e l’estensione delle indennità di disoccupazione e anche robuste agevolazioni alla mobilità territoriale e misure per la formazione proprio per accompagnare al lavoro.

Ma sul collo del Governo soffia minaccioso il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici che pare aver scatenato nei sindacati una corsa all’aumento salariale fuori da ogni vincolo d’inflazione. Negli ultimi quattro anni il costo dei dipendenti pubblici è cresciuto rispettivamente del 6,4% nel 2001, 4,2% nel 2002, 5,6% nel 2003, 3,2%nel 2004. Un aumento costantemente maggiore del tasso d’inflazione che in questo periodo è sempre rimasto inferiore al 3%.

Una parte di questa crescita è dovuta al numero dei dipendenti pubblici, ma anche i contratti sono cresciuti più dell’inflazione raggiungendo nel febbraio 2002 una lievitazione del 5,5%. Il Governo sta trattando il nuovo contratto e mentre i sindacati chiedono aumenti pari all’8% su due anni, il doppio del famoso 2% previsto in Finanziaria, con Alleanza Nazionale e Udc che tirano la volata al sindacato. Concedere aumenti di queste dimensioni e uguali per tutti è una vera follia, soprattutto in una situazione dove per quattro anni il monte stipendi è cresciuto, anno dopo anno, 2 punti più dell’inflazione. Il Ministro Siniscalco resiste ma è stretto tra la morsa sindacale da una parte e la nuova formazione particolarmente alleata all’interno della maggioranza che ha evidenti aspirazioni di egemonia politica e di leadership nella Casa delle Libertà.

Il tutto, naturalmente, pone ancora una volta il Presidente del Consiglio davanti a una realtà che è particolarmente difficile: si governa infatti a fatica con compagni di strada irrequieti e con un programma costantemente messo in discussione.

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