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Ancora in crisi

Spread bene ma...

La liquidità immessa dalla Bce nel sistema bancario non equivale alla fine dell'emergenza finanziaria

di Enrico Cisnetto - 04 marzo 2012

Lo spread dei Btp decennali è sceso dall’inizio dell’anno del 40%, e si è quasi dimezzato rispetto al massimo storico del 9 novembre scorso. Nel confronto con la Spagna il nostro spread è tornato ad essere pari a quello tra bonos e bund, dopo che al 30 dicembre lo scarto era salito fino a 195 punti. In termini di rendimenti, e quindi di costo del debito, sono stati recuperati due punti percentuali sui Btp a 10 anni (dal 7,56% dell’asta del 29 novembre al 5,5%), un po’ di più su quelli a 5 anni (dal 6,47% del 14 dicembre al 4,19%) e ben quattro punti e mezzo (dal 7,89% di fine novembre al 3,41%) per quelli a 3 anni. C’è da esserne contenti, anche se il rischio default viene ancora dato alto e le agenzie di rating fanno finta di non vedere (ma questo non stupisce).

E sbagliano coloro che sottostimano il cosiddetto “effetto Monti” su tutto questo, cioè l’incidenza della politica del governo e di quella dell’azione personale del premier giocata nelle sedi internazionali (Europa e visita negli Usa). Tuttavia, c’è un elemento di cui occorre tener conto se non si vuole commettere l’errore di considerare già finita l’emergenza finanziaria: il fatto che gran parte del merito di questa frenata impressa alla pressione speculativa sui nostri titoli (come su quella di tutti gli altri paesi europei, tranne Portogallo e Grecia, i cui spread sono invece aumentati) vada ascritto all’enorme liquidità immessa a condizioni di favore dalla Bce nel sistema bancario. Il quale l’ha usata in buona misura per sostenere i debiti sovrani. Ora, anche senza entrare nella spinosa questione relativa ai compiti della Bce (non c’è dubbio che si andata oltre lo statuto) e all’evocato pericolo che così facendo si formi una nuova bolla speculativa (non a caso ieri la Bce ha negato che i prestiti generino inflazione), è del tutto evidente che se l’azione calmieratrice è frutto di un’attività surrogatoria della Bce nei confronti dei governi e della Ue, questo significa che la risposta dell’Europa politica alla crisi ancora non c’è.

D’altra parte, basterebbe osservare che i sedici articoli che compongono il “nuovo” Trattato europeo, firmato solennemente (ma non troppo) da 25 su 27 paesi, altro non sono che la riscrittura più organica di norme già esistenti. E che proprio mentre si licenziava il “fiscal compact”, la Grecia metteva un piede e mezzo nella fossa (rendimento del decennale al 39,23%, i contratti cds sul debito, che Moody’s declassa definitivamente a “spazzatura”, che segnalano il 99% di probabilità di default). Se poi a questo si aggiunge che all’orizzonte non c’è nulla per fronteggiare una recessione che è sì grave in Italia ma che comunque non risparmia quasi nessuno e che costringe anche la Germania ad una grave frenata, se ne deduce come occorra dare il giusto peso all’effetto “spread in calo”.

Ha dunque ragione Angela Merkel quando sostiene che “non siamo fuori dal tunnel” e che “è sbagliato dire che il quadro non sia più allarmante”. Certo, la Germania dovrebbe poi rendersi conto di essere il primo ostacolo a quella scelta più radicale, ma ineludibile, di integrare i paesi della moneta unica facendoli diventare stati federati che devolvono gran parte della loro sovranità ad un governo federale eletto direttamente dai cittadini. La sola che può consentirci di buttare giù la febbre (lo spread) ma anche e soprattutto di combattere le vere cause della persistente malattia continentale.

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