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La condanna per Marco Tronchetti Provera

Spioni spiati

Questa storia doveva chiudersi nel 2004. Dieci anni dopo non si chiama giustizia, ma autopsia.

di Davide Giacalone - 22 luglio 2013

La condanna di Marco Tronchetti Provera è paradossale. A tratti anche divertente, benché ci sia da dubitare che lui ne apprezzi tale sfumatura. Il lettore gusti la particolarità: il vertice di Brasil Telecom diede mandato a una società di spioni (autorizzati, stimati e quotati, la Kroll) di scandagliare le faccende di Telecom Italia, non escluse quelle private di capi e azionisti; la brigata spiona trova sulla sua strada dei colleghi (non autorizzati e illecitamente all’opera), che si frega il lavoro fin lì svolto; siccome il frutto del furto finisce a Tronchetti Provera (che sostiene di essersi limitato a fare denuncia) questi, adesso, deve risarcire chi, allora, cominciò a spiare. Non strappa un sorriso? Il resto no, il resto è la storia di una tragedia: di come la nostra più importante multinazionale, Telecom Italia, è stata distrutta.

I lettori dotati di memoria non si stupiscano: sono la stessa persona che per denunciare questi intrallazzi ha scritto molti articoli e due volte un libro (due volte perché quei mattacchioni degli spioni Telecom mi distrussero il computer, costringendomi a ricominciare da capo). Non ho cambiato idea. Ma la guerra per bande mi ripugna, anche quando mi è toccato subirla da parte di chi, oggi condannato, pretendeva d’iscrivermi a quella avversa. Non l’antefatto, ma il vero e unico fatto che sta dietro questa storia cominciò a raccontarlo per primo, su Libero, Fausto Carioti. Dieci anni fa. Dieci. Nel 2004 pubblicai un libro (Razza Corsara) non smentito. Quel che raccontavamo, però, non è la guerra degli spioni, che fu guerra ridicolissima, ma le operazioni che servirono per spolpare Telecom Italia, lasciando fuoriuscire fiumi di denaro. Operazioni iniziate prima che arrivasse Tronchetti Provera, ma da lui non fermate.

Noi raccontavamo, ma nessuno interveniva. Il ruolo di chi scrive e documenta i propri racconti, nel campo economico, non è quello di produrre notizie di reato, che divengono tali solo all’estrema patologia, ma di mettere sull’avviso l’intero sistema Paese. Chi non ha la vocazione del ricattatore, o dell’aggiotatore, non manda avvisi, pubblica notizie e chiavi d’interpretazione. Poteva darsi che scrivessimo corbellerie (invece i fatti ci diedero fin troppa ragione), ma ci sono organi di garanzia, interni ed esterni a una società quotata in Borsa, che avevano il dovere d’intervenire. Nulla. Investimenti a dir poco pazzeschi, finiti con la sparizione dei soldi, furono fatti passare per errori, se non per frutti del tempo. Il gioco corsaro continuò fino al punto di pretendere di pestare i piedi a un giocoliere della finanza: Daniel Dantas. Un virtuoso della materia (che in quella circostanza conobbi). I vertici di Telecom si comportarono come uno che entra in un pollaio e cerca di spiegare al gallo come si canta, o che prende un gatto e gli dice: adesso t’insegno ad arrampicare. Da lì nacquero gli spioni e, nello specifico, il più grosso errore di Tronchetti Provera: pensare di potere giocare al gioco del lestofante, con la pretesa di vincerlo. Lo perse, anche perché i lestofanti li aveva in casa. Noi lo scrivevamo e se avessero letto, anziché ciucciarsi via la memoria del computer, ne avrebbero tratto giovamento.

Perdiamo tutti. Perché il gigante Telecom, costruito con i soldi degli italiani, che in America Latina era partito grazie ai soldi dei nostri emigranti (mi vengono i brividi a pensarci), è ridotto a una larva indebitata e sottocapitalizzata. La peggiore privatizzazione della storia incontrò le peggiori gestioni private. Puntate l’orologio: fra poco crolla quel che ancora resta. E perdiamo anche perché questa storiaccia ha trasformato in olimpiade dei maneggioni la più grande Opa della nostra storia e in condannato uno dei nostri migliori manager.

Marco Tronchetti Provera resta un presunto innocente. Credo che la sentenza sarà riformata, comunque glielo auguro. Mai avuto nulla di personale (troppo faticoso coltivare risentimenti, inoltre giro con un’ottima moto della Piaggio!). Noi tutti, però, l’innocenza l’abbiamo persa da un pezzo e ogni giorno la mandiamo al rogo nel rassegnarci a vivere senza vera giustizia. Questa storia doveva chiudersi nel 2004: o eravamo noi diffamatori, oppure quell’andazzo andava bloccato. Dieci anni dopo non si chiama giustizia, ma autopsia. E se il tavolaccio autoptico trova che lo spiato (a sua volta spione) debba risarcire lo spione (a sua volta spiato), che ve devo di’? Prosit.

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