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Non sciupiamo occasioni preziose

Sperare nei cinesi

È doveroso non rinunciare a strategia di sviluppo per le nostre imprese

di Davide Giacalone - 15 settembre 2011

Sperare nei cinesi, così come averne paura, non ha senso. Comunque non economico o politico. La crescita del mercato interno cinese è per noi italiani, per le nostre piccole e medie aziende, una opportunità da non lasciarsi sfuggire. Il valore del made in Italy, rappresentato da marchi solidi, da merci pregiate e da tanta innovazione (qui sconosciuta e bistrattata), è per i cinesi una ricchezza cui non intendono rinunciare. I problemi legati ai titoli del debito pubblico sono un pezzo del mosaico, il cui disegno complessivo dice della convenienza sia degli investimenti cinesi in Italia che della presenza italiana in Cina.

Cominciamo dai titoli: la cosa grave sarebbe se i cinesi non li comprassero, per sfiducia o disinteresse. Fortunatamente la realtà è diversa: li hanno già comprati e continuano a comprarli. Secondo il Financial Times si trova in Cina il 4% del nostro debito pubblico, secondo Morgan Stanley il 6. La quota esatta non si può sapere, perché i mercati non prevedono il rilascio delle impronte digitali al momento dell’acquisto (quasi sempre fatto da intermediari). Ben più alte le quote di altri debiti pubblici (la delegazione passata per Roma arrivava da Berlino, Londra e Madrid) che, comunque, i cinesi comprano non per carità, ma per convenienza, stabilizzando i cambi e favorendo la competitività delle loro merci.

E’ questo il tema più importante. I paesi del Bric sono tanto cresciuti, in particolare la Cina, perché hanno imparato a navigare nei mercati aperti (da cui prima si tenevano lontani o per ragioni ideologiche o per debolezza istituzionale o per incapacità), potendo contare sulle materie prime e sul basso costo del lavoro. Fin quando producevano roba a basso contenuto di capitale e tecnologia riempivano le bancarelle, a tutto vantaggio dei nostri consumatori, che comperavano ciabatte e camice a basso prezzo. Poi il vantaggio competitivo è stato visto dai grandi marchi occidentali, che hanno delocalizzato le produzioni. Oggi non è più così, tanto che alcuni vanno via dalla Cina e si recano in Brasile, addirittura in Giappone. La realtà è cambiata perché i cinesi vogliono crescere in qualità e specificità dei loro prodotti. Per noi è un’occasione, solo che, invece di agitare le paure irragionevoli, invece di credere che tutti i cinesi facciano involtini fritti, si deve concentrare l’attenzione sul concetto chiave: reciprocità.

Il valore delle merci che esportiamo in Cina è troppo basso, e il valore degli investimenti cinesi in Italia, paragonato a quello in altri paesi europei, deve crescere. Nel reciproco interesse. A questo, del resto, è finalizzato l’accordo fra i due governi, che prevede un raddoppio degli scambi entro il 2015. I tedeschi scambiano più di noi, vi sembra che corrano il rischio d’essere colonizzati? Siamo noi che corriamo il rischio d’impoverirci.

Molti non lo sanno, o fanno finta, ma la cinese Huawei è già fornitrice dei sistemi di rete per le telecomunicazioni e a loro si rivolgono i gestori italiani, tanto che è stata aperta non solo una sede a Milano, ma un centro di ricerca. Nessuno è scappato via per la paura, nemmeno quelli che mandano riflessioni terrorizzare usando chiavette Huawei per connettersi. Siamo interessati ad altri investimenti di questo tipo, ma chiediamo di potere fare altrettanto in Cina, con eguali garanzie e opportunità. Reciprocità, appunto. E lo otteniamo, ci si lavora.

Alcuni prossimi appuntamenti offriranno occasioni importanti alle nostre imprese. E’ vero, come osservava ieri Fausto Carioti, che gli americani si sono trovati davanti un atteggiamento ruvido dei cinesi, i quali rimproverano loro troppe spese e troppo stato sociale (che beffa, da chi ancora si chiama “comunista”), ma la ragione di ciò sta nella non coerenza fra il ruolo di una superpotenza, politica, ma anche economica e militare, e il suo enorme debito pubblico, troppo concentrato in Cina.

Non a caso la Casa Bianca s’è innervosita nel vedere i cinesi a spasso per l’Unione Europea, fino al punto di pronunciare parole azzardate, che dimostrano debolezza e non certo forza. A questo si pone rimedio con la politica internazionale, e sempre puntando sul concetto chiave: reciprocità.

Se il capitale cinese valorizza imprese occidentali è un bene, se tecnologia e innovazioni nostre si espandono da loro, anche. Faccio osservare che mentre le nostre Borse vacillano quelle asiatiche crescono e i nostri risparmiatori, consapevolmente o meno, direttamente o tramite fondi, investono in oriente, rendendolo più ricco. Non è solo opportuno, è saggio farlo anche nel campo industriale.

Ieri il capo del governo cinese, Wen Jiabao, ha chiesto il riconoscimento quale “economia di mercato” (altra ironia della storia), ben sapendo che si è tali non solo quando esiste libertà d’intrapresa, ma è presente un diritto, e una giurisdizione, a garanzia di ciascuna parte e della collettività. La Cina di oggi ha interesse a tale riconoscimento perché punta a non essere la landa del dumping sociale, tanto che nel nuovo piano quinquennale prevede aumenti dei salari. Deve sapere che non si tratta di un titolo acquistabile, ma di un risultato conquistabile.

Noi italiani, per nostra colpa, ci siamo già fatti portare via aziende strategiche, come nelle telecomunicazioni. E’ un buon motivo per avercela con chi lo ha reso possibile, ma non per avere paura del mondo, in tal modo rinunciando ad una strategia di sviluppo per le nostre imprese. Quello sviluppo che aiuta a sostenere il debito. Ridurlo è un nostro dovere.

Pubblicato da Libero

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