ultimora
Public Policy

Due errori da evitare

Sovranità e rappresentazione

Francia e Germania vivono un momento difficile, dopo essere stati eccessivamente duri con gli altri stati

di Davide Giacalone - 22 novembre 2011

Il governo Monti è saldamente insediato, le forze politiche maggiori hanno dimostrato tutta la loro impotenza, sicché non ci sono minacce che possa consumarsi per loro iniziativa. Sono stati fatti i discorsi programmatici, è stata annunciata la nuova era, è stata riscossa una fiducia larghissima. A fronte di ciò i mercati continuano a pestarci e i titoli del nostro debito pubblico continuano ad essere venduti a tassi d’interesse troppo alti. Per noi non c’è nulla di cui stupirsi, avendo già avvertito che lo davamo per scontato, per quanti hanno sostenuto il contrario, con saccenza pari a insipienza, sarebbe occasione per una sana vergogna. Questa ferita, che gronda sangue e quattrini dei contribuenti, può essere suturata solo in sede europea. Lo ripetiamo da troppo tempo e sono stati commessi, specialmente da tedeschi e francesi, troppi errori. Ora la Commissione europea abbraccia l’idea degli eurobond, ed è per noi l’occasione di una riflessione amara, non potendosi ancora tirare il fiato. Ne scriviamo fin dall’esplodere della crisi greca, quando le armate della speculazione individuarono il pertugio da cui sventrare l’eurozona e s’accanirono su un debituccio marginale, reso grave solo dall’essere in capo a un governo che aveva barato sui conti. Era roba da niente e si sarebbe potuto chiudere con poca spesa, se si fosse compreso quel che a noi sembrava evidente: da lì si cominciava, mica si finiva. Francesi e tedeschi pensarono d’essere furbi a salvaguardare le loro banche, facendo la faccia feroce con i greci, e adesso si ritrovano ad essere declassati di fatto (presto arriva anche la notifica). I giornali italiani, con la solita superficialità provinciale, mostrano soddisfazione per il fatto che il professor Monti è stato invitato ad un incontro con i due colpevoli, Merkel e Sarkozy. Va bene, è una buona cosa. Ma esiste la sovranità nazionale ed esiste la governance europea: in virtù della prima sono gli elettori nostrani a stabilire da chi intendono farsi governare e rappresentare, per la seconda non tocca agli altri stabilire se gli sconfinfera d’invitare o meno alle riunioni. Il punto è dirimente e delicatissimo, perché gli eurobond, come ogni altra federalizzazione del debito, comportano una cessione di sovranità e una federalizzazione delle scelte di politica economica, il che va benissimo, anzi è auspicabile, in una logica d’integrazione federale, ma va malissimo ove qualcuno pensi di gestire gli interessi altrui come fossero parte di un protettorato.

Non si tratta (solo, ma certamente anche) di una faccenda d’orgoglio nazionale, bensì di concreta tutela dei nostri interessi. I soldi che saranno spremuti agli italiani devono andare a diminuire un debito pubblico colpevolmente troppo alto, non a sostenere istituti bancari altrui, che fin qui hanno speculato contro di noi approfittando di tassi d’interesse per loro assai remunerativi. E le misure che saranno adottate per favorire lo sviluppo, che siano le benedette e che dovrebbero essere operative da anni, ma che pur comportano la messa in discussione di equilibri sociali e la revoca di sicurezze acquisite, non devono essere depotenziate dalla perdita di competitività derivata da un onere troppo alto del debito pubblico. Noi abbiamo commesso errori gravi e ci siamo trascinati dietro un peso morto per troppo tempo, ma il nostro è pur sempre un Paese potentemente vitale ed esportatore, che non intende lasciare quote di mercato a chi ci lega le mani perché non le si occupi. La cosa tragica è che sento le forze politiche parlare di tutto, spesso a vanvera, ma non di questo. Sembra che i due partiti più grossi abbiano esaurito il loro compito, e la propria capacità progettuale, nel delegare al governo Monti di fare il necessario. Quasi che il “necessario” sia neutro e quasi che farlo fare ad un altro possa significare che non se ne risponderà. E’ ovvio il contrario, quindi il problema politico consiste nel come riorganizzare il consenso alla luce di un passaggio, breve o lungo che sia, che ha fatto scivolare gli interpreti della sovranità popolare alle spalle di una compagine legittima, ma estranea al consenso.

Due sono gli errori che possono nuocere alla nostra democrazia: 1. credere che il consenso si misuri con l’applausometro, anziché con il voto; 2. non prepararsi con saggezza, quindi anche con una riforma del sistema, alla scadenza elettorale. Non è un crimine parlarne, è da incoscienti non farlo.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario