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Una gestione fallimentare

Sos credito

Non aiutare le banche in questo momento penalizzerebbe tutti

di Davide Giacalone - 30 novembre 2011

Il mondo del credito lancia un SOS: manca la liquidità, costa troppo, e questo toglie linfa vitale alle imprese. Corrado Faissola, ex presidente dell’Associazione Bancaria Italiana e presidente del Gruppo Ubi, ha chiesto un intervento della Banca centrale europea, affinché vari un prestito a breve termine, tre anni, in modo da alleggerire la situazione. “Le banche italiane – ha detto – stanno toccando con mano una tensione senza precedenti nei mercati internazionali della liquidità”. Detta in maniera meno paludata: non trovano più quattrini. Se non ne trovano non ne prestano, se non ne prestano le aziende chiudono. Le banche, dalle nostre parti, ma non solo dalle nostre, non godono di molti consensi, né li meritano. Di banchieri pronti a fare il loro mestiere, quindi ad assistere le imprese valutandone i piani di sviluppo e sostenendone la crescita, se ne trovavano già pochi.

Ora punti. Già da tempo il credito è in relazione alle garanzie, piuttosto che alle idee e alle opportunità: se offri beni in grado di coprire il rischio del credito lo ottieni, altrimenti niente. Peccato che, in questo modo, l’attività creditizia perde la sua funzione. Le cose, adesso, vanno peggio, tanto che non sono pochi i casi di prestiti già accordati, già garantiti dal sistema Cofidi (nato per offrire le garanzie necessarie e agevolare il credito all’impresa), ma poi non effettivamente erogati. E c’è di peggio: imprenditori che si recano in banca per chiedere un fido, o l’allargamento di quello esistente e si sentono chiedere il rientro dalle esposizioni. In queste condizioni restano poche alternative alla chiusura.

Molti cittadini seguono con apprensione, ma anche con estraneità, le cronache relative agli spread. Numerosi si domandano: ma cosa succede, in concreto? In concreto si esaurisce l’ossigeno del credito, il che porta al depauperamento del sistema produttivo. Da qui poi partono reazioni a catena, che non è difficile immaginare. E anche quando il credito non viene negato, come capita nella grande maggioranza dei casi, resta il fatto che se nel mercato interbancario la raccolta di liquidità avviene a tassi superiori al 7%, quelli poi praticati alle imprese superano il 10%. In assenza d’inflazione, o, meglio, in assenza degli effetti alleggerenti che l’inflazione porta con sé, quei tassi sono usurai.

Allarghiamo il ragionamento, per giungere ad una conclusione politica. L’Italia è la settima potenza economica del mondo, mica un paesello secondario, ed è destinata a restare, per il tempo prevedibile, fra le prime dieci. Siamo ricchi e potenti, grazie ad imprese forti e capaci. Se si asfissia il credito quelle aziende boccheggiano, dopo di che possono essere raccattate facilmente, quasi con l’aria di salvarle, da investitori esteri che abbiano liquidità a disposizione. E ce ne sono. Come anche ci sono banche che guardano all’Italia con interesse, per portare via valore. Dopo un passaggio di questo tipo verremmo declassati da potenza economica a paradiso delle vacanze, e per renderle più piacevole si prodigheranno compagnie aeree altrui, catene di alberghi stranieri, costruttori d’infrastrutture che vengono da lontano. Ci lasceranno scolare gli spaghetti, perché in effetti restiamo i più bravi, ma saranno loro ad arrotolarli, magari aiutandosi con il cucchiaio. E’ chiaro lo scenario? Motivo per cui il nostro dovere, e il nostro diritto, non è quello di spremerci e ammazzarci per buttare denaro nella macina degli spread, ma di comunicare ai fratelli d’Europa che non intendiamo farci massacrare restando inerti. A questo servono i governi, mica solo a tassare. A proposito di tasse: se si vara una patrimoniale è ragionevole supporre che si vada a colpire, oltre alle famiglie, proprio quegli imprenditori oggi in crisi di liquidità. E’ vero che anche le imprese hanno le loro magagne, è vero che si mettono troppo pochi quattrini propri nell’azienda (tendendo a fare il contrario), ma è anche vero che se quei cittadini li colpiamo da due parti, contemporaneamente, possono solo che stramazzare. Ciò valga per quanti credono che la patrimoniale sia l’anticamera della giustizia sociale, anziché della miseria socializzata. Molte banche italiane meritano scudisciate, come chi le ha governate pensando al potere anziché al mestiere, ma quel che rischia di accadere, che sta accadendo, non vendica nessuno e danneggia tutti.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario