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Il boom di Grillo e il panorama post voto

Sorpresa prevista

I voti di Grillo sono voti di elettori che in passato hanno votato altri partiti. Ma c’è un altro dato decisivo: la somma del primo e del secondo raggruppamento non raggiunge la metà dei voti disponibili.

di Davide Giacalone - 26 febbraio 2013

Risultati clamorosi? Certo, rispetto alle aspettative giornalistiche. Ma forse non troppo, rispetto al ragionare che abbiamo fatto, in questi mesi. Il sovrano popolare è stato più chiaro di quanto non si creda, ma a condizione di non leggere il voto con ancora sul naso gli occhiali della campagna elettorale. Non si può ancora utilizzare il microscopio, per leggere i dati elettorali. Hanno preso forma, ma occorre che la raffigurazione sia del tutto ferma. Si può, anzi si deve provare a fare un passo indietro e guardare l’insieme. A quel punto il panorama è più stabile, anzi: prevedibile e in gran parte previsto.

Come si usa dire: carta canta. Già dall’agosto scorso, osservando quel che andava succedendo in Sicilia e poi, da fine settembre, commentando i dati reali, avvertivamo che Beppe Grillo non prende i voti dall’astensione, tanto che i suoi consensi esplodevano nel mentre il non voto cresceva e cresce. I voti di Grillo sono voti di elettori che in passato hanno votato altri partiti. Credo in buona parte elettori di centro destra e in parte consistente elettori di centro sinistra. Ma c’è un altro dato, estremamente significativo, direi decisivo: la somma del primo e del secondo raggruppamento non raggiunge la metà dei voti disponibili. Sarà, questo, un dato oscurato e trascurato, ma è il più eclatante. Allora ne scrissi utilizzando un’immagine di Leonardo Sciascia: la linea della palma. Quella linea avanza e conquista il Parlamento. Se le forze politiche con più consistenza e con più storia, se il Pdl e il Pd non saranno in grado di capire e di comportarsi di conseguenza, se prevarrà l’istinto di scassare e la rabbia che spinge a rivotare, da linea della palma si trasformerà in linea della salma.

Il pomeriggio di ieri è stato istruttivo, proprio nel momento in cui i dati erano più contraddittori e ballerini: finché era in vantaggio la sinistra, sebbene di poco e sempre nelle stesse condizioni, le dichiarazioni erano del tipo: governeremo; non appena s’è presentato un orientamento opposto le dichiarazioni hanno preso una piega inquietante: si torni a votare. Erano due errori. Sono due errori. Il vincitore raccoglie, in ogni caso, all’incirca un quarto dei voti disponibili. In queste condizioni il dovere di chi prende un voto in più è quello di offrire agli altri l’occasione di riforme radicali sia del sistema istituzionale che di un suo derivato, il sistema elettorale. Lo abbiamo scritto prima del voto e lo confermiamo dopo.

C’è un altro dato, che non può essere ignorato: gli italiani restano in uno schema bipolare. Deperito, producente disaffezione e rifiuto, ma pur sempre bipolare. Ne è prova inconfutabile la sorte della lista Monti, che si dimostra essere stata un clamoroso errore (anche questo qui scritto). Quello spazio non c’è, anche perché non si definisce se non come tentativo di comandare in alleanza con chi prende più voti, di avere una rendita di posizione. E l’Italia ha bisogno di farla finita con le rendite di posizione. Non solo elettorali. Da questo devono ripartire i due poli, se vogliono essere all’altezza della sfida. Il pomeriggio di ieri insegni a considerare il senso rilevante del voto: si conferma il bipolarismo, ma lo si indebolisce con un pareggio nella sconfitta. Facciano di questa realtà il punto di forza della legislatura, esaltandone le opportunità riformiste anziché infognarla in una contrapposizione infruttuosa. Ci vuol poco a capire che, con questi numeri, governare gli uni contro gli altri servirebbe solo ad alimentare il trasformismo ed esaltare l’instabilità.

Il primo banco di prova sarà proprio la scelta del terzetto istituzionale: i due presidenti delle Camere e quello della Repubblica. Da troppo tempo s’è perso equilibrio e condivisione. Ora sono preziosi. Il microscopio sarà indispensabile, non appena lo si potrà utilizzare. Ma guai a perdere la visione d’insieme, che depone nel senso descritto. Una visione rafforzata dal fatto che, al di là delle ipocrisie e compreso il risultato di Grillo, non era affatto inaspettata e imprevedibile. E’ ora di far tornare in scena la politica vera, fatta di idee, ma anche di relazioni e compromessi. Le contrapposizioni muscolari sono giunte al loro ultimo stadio di fragilità, dimostrando la loro infinita debolezza.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario