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La politica allo sbando

Solo quattro idee

I partiti della maggioranza si sono persi appresso a quesiti esistenziali: chi sono? come mi chiamo? che ci sto a fare? con chi mi alleo?

di Davide Giacalone - 18 luglio 2012

Nel mentre corre il conto alla rovescia per l’Italia, con i guai che ci spingono a chiedere aiuto e cedere sovranità, i partiti della maggioranza si sono persi appresso a quesiti esistenziali: chi sono? come mi chiamo? che ci sto a fare? con chi mi alleo? Incapaci di rispondere si nascondono coprendosi gli occhi e facendo finta che sia intelligente sostenere la necessità che Mario Monti resti al governo anche dopo le elezioni. I tapini non vedono l’enorme difficoltà in cui si trova il governo, neanche sono riusciti a capire le due interviste decisive: quella di Vittorio Grilli (che si predispone al commissariamento della troika e depotenzia le dismissioni) e quella di Fabrizio Barca (che depone le armi e sostiene, giustamente, che ci vuole un governo politico, altrimenti la credibilità è solo illusoria). Se le comparse dell’abecedario (abc) fossero capaci di ragionare politicamente, se conoscessero i problemi e non affogassero nelle proprie miserie, vedrebbero i quattro punti sui quali fondare un programma da destra sana e da sinistra democratica. Cambia poco. Eccoli. 1. Abbattimento del debito mediante dismissioni: questo comporta modifiche legislative, per valorizzare i beni, e approntamento del veicolo che crei liquidità in fretta. Il governo Monti l’ha capita, finalmente, dopo avere sbagliato, ma si propone troppo poco e troppo lentamente. 2. Riduzione significativa e strutturale della spesa pubblica, senza inutili e sadici tagliuzzamenti. Ciò comporta la riorganizzazione dello Stato e la cessione di compiti al mercato. Richiede riforme serie in settori come la sanità, la scuola, l’ordinamento delle autonomie locali, la giustizia. E’ l’unica strada credibile per non trovarsi nella condizione della Spagna, costretta a licenziare o non pagare gli stipendi. 3. Lo sviluppo non si fa per decreto, men che meno con decretini da sottosviluppo, serve l’abbassamento della pressione fiscale e la libertà d’impresa. I primi due punti li rendono possibili. Si può fare in fretta, se si comincia a fare subito. Serve, inoltre, utilizzare quota parte delle dismissioni (massicce) per investimenti infrastrutturali. 4. Rinegoziare i parametri di Maastricht, nel senso che il solo rapporto fra debito pubblico e pil va superato, introducendo quello fra debito aggregato e patrimonio. Diventeremmo fra i più solidi d’Europa, tanto più che negli ultimi anni il nostro debito pubblico è cresciuto meno di quello altrui. A chi sostiene che non abbiamo la forza per farlo si risponde: un governo politico può, perché mette sulla bilancia l’affondamento dell’Ue e la non disponibilità a pagare per indebiti vantaggi altrui. Ecco il programma, che parla la lingua delle opportunità e non quello dei dolori. Vale per la destra seria come per la sinistra responsabile. A entrambe pone un limite: licenziare gli estremisti che si oppongono, smettendo di arruolarli per battere i raziocinanti del fronte avverso. Per farne azione politica non servono le lezioni private date dai nobel (vi fidereste del chirurgo che, prima di entrare in sala operatoria, prendesse lezioni di anatomia?), e neanche le ridenominazioni vintage. Non servono epocali decisioni sulle nozze gay, e neanche riedizioni delle truffe o dei suicidi con le primarie. E’ fin troppo chiaro che Silvio Berlusconi è l’unico, nel mondo del centro destra, ad avere una base elettorale propria, a essere frutto e artefice della società e della storia d’Italia, ma puntare a raccogliere solo quello, magari colorendo i toni della propaganda, non porterà a salvare una storia, bensì a seppellirla nella conservazione dell’inconservabile. E’ evidente che il vecchio gruppo dirigente comunista è l’unico midollo della sinistra, ma puntare a mantenerlo in vita, sfidando l’andreottismo nel sopravvivere alla storia, non servirà a vederlo vincere, ma a seppellirlo con disonore. Non ci serve una destra che scimmiotti la sinistra nel difendere la spesa pubblica, e non ci serve una sinistra che faccia la destra, nel sostenere soluzioni commissariali, lontane dal voto popolare. La ridiscesa in campo di Berlusconi è la manna dal cielo, per gli sconfitti di ambo le parti. Finalmente sanno cosa dire, riprendendo il filo di un discorso interrotto. Peccato sia anche un discorso totalmente inutile, mentre il debito cresce e le tasse soffocano. Facciano un piacere all’Italia, recuperino un briciolo di dignità e s’impegnino su quei quattro punti. Non riuscendoci saranno spazzati via, perché la burrasca non è alle spalle, ma sulla rotta.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario