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Di unità vera ce ne sarà troppo poca e sempre meno

Solo il Colle ha salvato la festa

La lezione del presidente a una maggioranza fallita

di Enrico Cisnetto - 21 marzo 2011

Si fa presto a parlare di unità. Unità nazionale, convergenza politica di fondo pur nella concorrenza elettorale, correttezza istituzionale, coesione sociale, comune sentire. Neppure in occasione delle celebrazioni della ricorrenza dei 150 anni di storia patria – peraltro riuscite, e ne va dato merito esclusivamente al Capo dello Stato – si è vista piena e convinta unità.

E non solo per il comportamento della Lega – autolesionista e infantile prima ancora che intollerabilmente eversivo – ma anche per la totale mancanza di protagonismo del governo nella preparazione dei festeggiamenti come nel loro svolgimento. E lo sfaldamento della Commissione che Ciampi era stato chiamato a presiedere, con la relativa coda di polemiche, lo certifica. Il governo ha anche fatto finta di niente riguardo al comportamento leghista, mentre sarebbe stato opportuno che Berlusconi richiamasse alla correttezza istituzionale – perché di questo si tratta, e la trasgressione è ancora più grave se si pensa che è stata fatta da chi si è professato secessionista e che poi ha “venduto” il federalismo come superamento della scelta separatista – non solo i ministri (l’unico che si è comportato come doveva è stato Maroni) ma gli stessi parlamentari che compongono la sua maggioranza, senza i quali non sarebbe premier.

Figuriamoci, poi, se dal piano delle celebrazioni si passa a quello del grado di unità e concordia riscontrabile nella vita politica. Zero. Solo che in questo caso nessuno si può chiamare fuori dalle responsabilità. Prendiamo il caso del nucleare. In questi anni l’atteggiamento pregiudizialmente ostile di una parte della sinistra, quella massimalista e vetero-ecologista, e il silenzio acquiescente della componente riformista, che ha subito con un misto di codardia e di cinismo la scelta del referendum, hanno creato una situazione di incomunicabilità con governo e maggioranza. I quali, peraltro, hanno fatto la scelta a favore del ritorno all’energia atomica con scarsa convinzione e ancor meno consapevolezza della complessità di quell’opzione, in parte pensando “tanto non si farà” o “passeranno anni, la patata bollente finirà nelle mani di qualcun altro”, in parte praticando la contraddizione di essere favorevoli sul piano teorico e politico e sfavorevoli quando poi si trattava di rendersi operativi (come i tanti sindaci e governatori regionali di centro-destra hanno fatto).

Tutti hanno recitato la loro (cattiva) parte: gli uni lisciando il pelo all’opinione pubblica, gli altri facendo finta di fare ma in realtà sprecando tempo. Risultato: non appena la tragedia giapponese ha reso necessario un clima di dialogo e di concordia per decidere con saggezza su un tema tanto delicato quanto strategico come l’inserimento del nucleare nel programma energetico nazionale, convergenza tanto più importante visto che le scelte si stanno opportunamente spostando in sede europea e per loro natura richiedono intese bipartisan, ecco cascare l’asino. Non c’è un minimo di tela tessuta, nessuno parla con nessuno e nessuno si fida di nessuno. E ci sono circostanze, come questa, in cui la buona volontà e l’arte della diplomazia di Gianni Letta non sono sufficienti. Così ora Fukushima è l’ennesimo terreno di battaglia, l’ennesima occasione di speculazione elettoralistica.

Con i riformisti che appaiono ancora una volta mediocremente a ruota dei massimalisti, e i moderati che pagano il fio al populismo e sono costretti a clamorosi quanto penosi arretramenti. Sia chiaro, io stesso ho indicato la necessità di una moratoria, ma che ha da essere generale, cioè referendum compreso, e con tempi predefiniti (per esempio sei mesi). Moratoria che abbia il compito di evitare che si passi dallo sterile dibattito tra i pro e i contro al battiamo tutti in ritirata perché i sondaggi lo consigliano, cosa che si può fare solo se il confronto avviene tra i non pregiudizialmente contrari, ed avviene sul se (è opportuno dopo Fukushima) e sul come (quale tecnologia per quale sicurezza) e dove eventualmente realizzare le centrali. Ma qui non siamo di fronte ad una saggia e condivisa pausa di riflessione. No, qui siamo all’abdicazione della responsabilità: dopo averla vellicata per bieche ragioni elettorali in tante circostanze, a cominciare dalla sicurezza nelle città, ora la “paura” dell’opinione pubblica ha preso il sopravvento, e una classe dirigente imbelle e un sistema politico tutto costruito solo sulla ossessiva ricerca del consenso, non possono che prendere atto della paura della gente e piegarsi ad essa. E’ passato quasi un quarto di secolo dal referendum che bloccò il nucleare, buttò a mare straordinarie competenze tecnologiche e industriali e determinò una costosissima dipendenza energetica, ma le condizioni non sono cambiate, prevale la “paura della paura”, cioè il timore che i politici hanno di non scontentare gli elettori, specie quando hanno paura di qualcosa.

Caro Presidente Napolitano, possiamo pure celebrare i 150 anni della nostra unità nazionale – ed io sono orgoglioso di essere stato tra coloro che hanno festeggiato con Lei ascoltando il Nabucco magistralmente diretto da Muti al Teatro dell’Opera di Roma – ma sappia che con questa classe politica, espressione di questo fallimentare sistema politico, di unità vera ce ne sarà troppo poca e sempre meno. Cosa che per l’Italia è e sarà il primo dei problemi, da cui discendono tutti gli altri.

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