ultimora
Public Policy

Per rilanciare l'economia

Soldi subito

La sola materia reale che il governo ha fra le mani consiste nel pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. Li paghino tutti e subito.

di Davide Giacalone - 01 luglio 2013

Per il sistema produttivo si sono fin qui spese parole e presi soldi. Le promesse si susseguono, gli annunci si moltiplicano, ma i fatti stanno a zero. Anzi no, stanno sotto zero: perché l’Imu è stata pagata (il centro destra che favoleggia di successi stia attento a non esagerare, caricando la reazione) e il punto d’Iva solo rimandato è costato denaro sonante, preso anche con prestiti forzosi e destinati a vaporizzarsi nell’incapacità di controllare la spesa. Dire che nella seconda metà dell’anno ci sarà una ripresa è una bugia inutile. Quel che si prevede sarà troppo poco e troppo tardi. Servono soldi. E si possono dare. La sola materia reale che il governo ha fra le mani consiste nel pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. Li paghino tutti e subito.

Si può perché in tal senso sollecita la stessa Commissione europea, che non può dirlo in modo esplicito, ma lo ha fatto capire in diversi modi: alla fine dell’anno l’Italia si ritroverà con un debito pubblico più alto, sia in valore assoluto che percentuale sul pil, e ciò si deve sia al costo del debito che alla recessione, in queste condizioni tanto vale avere un debito di poco più alto, ma per soldi spesi pagando i propri debiti verso fornitori privati. Si potrebbe comunque, anche a prescindere da tale atteggiamento delle autorità dell’Unione. Si può utilizzando la Cassa depositi e prestiti. Ecco come: a. il credito che le aziende vantano è un credito sicuro (a meno che non si voglia supporre possibile la bancarotta statale), ma non immediatamente esigibile per problemi di liquidità; b. se portano le fatture in banca queste non le riscontano, perché le aziende non sono più in grado di offrire garanzie, perché lo Stato non paga chi non è il regola con il fisco e la previdenza (ma chi non riceve soldi dovuti e che ha da tempo messo in bilancio per forza, prima o dopo, va in sofferenza), perché non c’è alcuna certezza sui tempi dell’effettivo pagamento; c. intervenga la Cdp, offrendo garanzia per la cifra fatturata e, quindi, consentendo alle banche di riscontarla immediatamente; d. mano a mano che la pubblica amministrazione pagherà quella garanzia verrà meno. Effetti di una simile ricetta: 1. nessun rischio per la Cdp; 2. nessuna uscita di cassa immediata per la pubblica amministrazione; 3. immissione immediata di liquidità su un terreno produttivo che s’è fatto secco; 4. ritorno fiscale immediato sotto forma di Iva e ritorno fiscale e previdenziale con il risanamento delle pendenze aperte.

Nel giro di due o tre anni questa partita sarà definitivamente chiusa, trasformando subito l’indecenza di uno Stato che è inaffidabile pagatore nella più gestibile, e accettabile, condizione di uno Stato che è debitore di sé stesso, sia pure per interposte banche (che ci guadagnano). Forse è troppo semplice per essere affascinante, ma non riesco a capacitarmi del perché il governo non si sia già messo su questa strada.

Invece perde tempo disonorandosi ogni giorno di più. Dopo l’osceno decreto che alza ulteriormente la pressione fiscale e crea un buco nelle entrate dell’anno prossimo (o, meglio, lascia supporre che l’anno prossimo si rimedierà creando un buco ulteriore nelle nostre tasche); dopo avere trionfalmente annunciato di avere portato via 1,5 miliardi all’Unione europea, omettendo di aggiungere che dovrebbero passare per l’opera dei Centri per l’impiego (i vecchi uffici di collocamento), che non solo non funzionano, non solo hanno trovato lavoro solo all’1,8% dei nuovi assunti, ma dipendono dalle province, vale a dire dall’ente locale che si suppone debba chiudere; dopo tutto ciò leggiamo un’intervista di Fabrizio Saccomanni, nella quale annuncia che si taglierà la spesa pubblica (omettendo il come, il dove e il quando) e il giorno appresso un’intervista del suo collega Gianpiero D’Alia, il quale annuncia sia assunzioni nella pubblica amministrazione che prepensionamenti. Ma non si era spiegato che in pensione ci si deve andare più tardi? Come cappero si taglia la spesa pubblica se nel frattempo si fa crescere quella corrente per gli stipendi? Per non essere sboccati si può dire che sono vagamente sbroccati.

Andando avanti così il governo farà una fine ingloriosa e brucerà tempo prezioso. Agire si può, essere utili si può. Si deve anche volerlo e saperlo fare.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario