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Public Policy

Il pasticcio dei finanziamenti

Soldi e politica

Nonostante il referendum, ancora non si riesce a capire quale sia la regola dei finanziamenti ai partiti. E i furbi proliferano

di Davide Giacalone - 03 febbraio 2012

Una volta esistevano i partiti e mancavano i finanziamenti, ora esistono i finanziamenti e mancano i partiti. Una volta, quando i partiti erano partiti, avevano solo debiti, oggi, che i partiti sono comitati elettorali o aggregazioni personali, hanno attività finanziarie. Oggi come ieri ci sono ladruncoli e ladroni. Proviamo a parlarne seriamente, senza ipocrisia. Partendo da qui: a. non esiste democrazia senza politica; b. non esiste politica senza partiti; c. non esistono partiti senza soldi. Finanziare la politica e i partiti è cosa buona. Vediamo quel che è successo e come si può fare.

Il finanziamento pubblico dei partiti fu introdotto nel 1974, all’indomani, tanto per cambiare, di alcuni scandali. Avrebbe dovuto far fronte a tutti i bisogni, ma era troppo basso, quindi continuarono ad esserci anche gli altri finanziamenti. Quali? Semplice: i comunisti e i socialisti filocomunisti prendevano finanziamenti dall’Unione Sovietica e tangenti sul commercio estero verso e dai Paesi dell’est, i partiti governativi prendevano soldi dalle società delle partecipazioni statali. Riassunto brutale, ma veritiero (il Pci percepiva soldi anche dagli appalti pubblici, per il tramite delle cooperative). Si assumeva, com’è giusto, che il finanziamento della politica è un interesse del sistema democratico, ma lo si mascherava. Molto ipocrita, non c’è dubbio. Nel 1989 gli uni e gli altri, partiti di governo e comunisti, votarono l’amnistia per tutti i reati di finanziamento illecito. Il tempo intercorso dal 1989 al 1991 diede materia all’operazione Mani Pulite, salvo il fatto che il Pci fu consapevolmente salvato. Nel 1992 i partiti di governo vinsero le elezioni, nel 1994 erano scomparsi dalla scheda elettorale. Pagarono il prezzo di un errore politico e furono cancellati con un colpo giudiziario. Da quel passato sopravvissero solo gli allora comunisti e gli allora fascisti. Il peggio, insomma. Nel 1993, intanto, un referendum cancellò il finanziamento pubblico.

All’alba del 1994 nasce Forza Italia e prendono corpo i non-partiti, molti dei quali sono stati, nel tempo, denominati ricorrendo alla botanica o al nome dei fondatori-padroni. Il finanziamento tornò, sotto forma di rimborsi elettorali, ma fu esageratamente generoso. Quel che non fu concesso ai partiti veri fu concesso ai non-partiti. Bel risultato. Così che si arriva ad oggi, con la Lega che investe in Tanzania i soldi che avanzano e la Margherita che riesce a far sparire milioni senza che nessuno se ne accorga. Una nota umana: gli amministratori dei vecchi partiti, qualche volta pluricondannati in sede penale, erano persone oneste, cui, proprio per questo, gli altri si affidavano; gli amministratori odierni non rispondono più a una collettività e sono selezionati in base all’amicizia. Tramontata l’era ideologica, tenuta in vita dalla guerra fredda, i partiti sono conglomerati di idee e interessi. Non hanno più bisogno di una struttura organizzativa pesante, riproducente i livelli dello stato sociale (circoli politici, ricreativi, cooperative ecc.), ma, semmai, raccolgono realtà a loro volta autonome e autosufficienti (circoli culturali, rappresentanze locali, aggregazioni specifiche, ecc.). Il finanziamento deve cambiare: pochi soldi per le strutture centrali, il resto autofinanziamento. Siccome finanziare la politica è un gesto socialmente utile, deve essere fiscalmente favorito: su quel che dono non pago le tasse. Il che comporta trasferimenti formalizzati e bilanci pubblici. Chi raccoglie molti soldi è segno che è molto apprezzato. Chi si finanzia illecitamente viola il rapporto con i cittadini. Se ci liberiamo dalle ipocrisie, se non partiamo dal pregiudizio suicida che tutto e zozzo, creiamo un ambiente nel quale la condanna civile sarà assi più pesante di quella (dovuta) penale.

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