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La morte di Andreotti

Solco gobbo

Può un Paese essere stato governato per sessanta anni, e per sette volte guidato, da uno che si poteva continuare a sospettare fosse mafioso e assassino?

di Davide Giacalone - 08 maggio 2013

Sospettato d’ogni male, accusato e processato per mafia e quale mandante di un omicidio, Giulio Andreotti ha vissuto l’ultima stagione della sua vita da celebrato protagonista della storia Repubblicana. Direi di più: da interprete politico propenso più alle cuciture che agli strappi, da figura capace di unire la memoria assai più di quanto non gli capitò di unire il presente dei lunghi anni in cui governò. Ciò si deve alle sue capacità, non c’è dubbio, ma anche alla decisione di un altro grande democristiano: Francesco Cossiga. Chissà che non ci sia una lezione, in quel che fecero. Un’indicazione per il presente.

Andreotti era l’uomo della destra democristiana, al tempo stesso filovaticana, filoaraba e filoamericana. I più scontenti furono gli americani. Fu anche l’uomo della solidarietà nazionale, così godendo di un occhio di favore da parte della stampa vicina alla sinistra. Riuscì ad essere apprezzato, a sinistra, più di Aldo Moro, che pure di quella stagione fu l’architetto, oltre che la vittima. Lui ne fu il mastro, oltre che il vincitore. Questo non gli risparmiò la lunga stagione delle accuse giudiziarie.

Il processo per mafia fu costruito nelle aule parlamentari, a cura della commissione antimafia, allora dominata da Luciano Violante. Poi traslocò nelle aule giudiziarie, a cura di un altro uomo che di Violante era stato sodale, Giancarlo Caselli. Alla fine Andreotti fu assolto e si logorò il sodalizio fra Violante e Caselli. Fatto è, comunque, che per anni si è andati avanti con l’accusa d’essersi asservito alla mafia e di avere baciato Totò Riina. La sentenza gli diede ragione, ma con una coda velenosa: motivando l’assoluzione il tribunale sostenne che le prove, semmai, forse, ci sarebbero state per un periodo di tempo oramai coperto dalla prescrizione, mentre per quello ancora penalmente attivo non c’erano, sicché l’imputato doveva essere assolto. In questo modo gli accusatori potevano continuare a dire di avere avuto ragione, e l’imputato di essere riuscito a dar loro torto. E’ la giustizia all’italiana, dove le motivazioni, troppo spesso, servono a smentire anziché a giustificare la sentenza. Ma Andreotti non ebbe dubbi: poche storie, era lui il vincitore, e in quanto ai sospetti poteva tornare utile la solita ironia affilata: io baciato Riina? io che manco bacio mia moglie?

Per far ammazzare Mino Pecorella si sostenne, sulla base delle parole di Tommaso Buscetta (dette in epoca successiva alla morte di Giovanni Falcone, quando non c’era più il magistrato con cui, forse, non si sarebbe azzardato), che fece ricorso alla mafia, nella persona di Tano Badalamenti. Quest’ultimo si sarebbe rivolto alla banda della Magliana. Badalamenti smentì ed era pronto a venire, per testimoniare. Sarebbe stata la prima volta. Ma non avvenne, perché un carabiniere, Antonino Lombardo, comandante della caserma di Terrasini, sarebbe dovuto partire per andarlo a prendere, ma Leoluca Orlando Cascio lo accusò d’essere amico dei mafiosi, come fece anche con Falcone. Lui, il carabiniere, aveva già ricevuto delle minacce. Si suicidò. Una storia che ancora aspetta d’essere seriamente raccontata.

Fatto è che la tesi di Badalamenti sembrava non fare una grinza: io non sono il capo della mafia e la mafia non esiste, ma semmai esistesse e io ne fossi il capo, ove mai il presidente Andreotti mi avesse chiesto il favore di andare ad ammazzare uno ci sarei andato personalmente, senza delegare quattro delinquenti drogati. Cruda, ma non priva di fascino. L’imputato fu assolto anche quella volta. Rimaneva un problema, non risolto dalle sentenze: può un Paese essere stato governato per sessanta anni, e per sette volte guidato, da uno che si poteva continuare a sospettare fosse mafioso e assassino? La cosa era stata risolta prima, da una scelta preveggente del presidente della Repubblica, Cossiga, che lo aveva nominato senatore a vita. Cossiga era uomo che sapeva e vedeva, né si può sostenere che di Andreotti fosse troppo amico. Semmai il contrario. Ma l’antica prudenza e la vocazione democristiana a mettere la gommapiuma su ogni spigolo, gli consigliò una scelta che al nominato sottrasse, d’un colpo, il potere elettorale e l’ascendente correntizio. Quella scelta consentì ad Andreotti di affrontare i processi senza tentare di sottrarvisi e depotenziò i processi stessi delle loro inevitabili conseguenze politiche.

Chi qui scrive non frequentò mai quella scuola democristiana, che, anzi, detestò. Eppure non è possibile, oggi, ignorare la lezione che viene da quel passaggio. La stessa morte del protagonista, proprio nei giorni di vigilia di un paio di sentenze, sembra essere un significativo memo. L’insegnamento, del resto, è di pura marca machiavellica: se non credi di potere annientare l’avversario, evita di insolentirlo e prova a circuirlo. Andreotti esagerò, ma, assieme a tanti altri, anche suoi avversari, ci riconsegnò un’Italia migliore di quella che avevano raccolto.

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