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Dalla scissione del centro destra al Governo

Sogno o son desto?

Il Governo viene sconfessato da parti della maggioranza che lo sorreggevano. La missione Letta-Saccomanni è fallita

di Davide Giacalone - 19 novembre 2013

Nel cinema i cazzotti sono finti. Nell’opera dei pupi le mazzate sono vere, ma su pezzi di legno e latta. La scissione del centro destra è vera, o si tratta di una messa in scena? E’ vera, ma sa tanto di messa in scena. Basta incontrare i fanti delle due fazioni, in pubblico o in privato, per misurare l’astio e il disprezzo che riversano su quelli che ieri chiamavano “amici”. Ma poi ragioni di politica, guardi la scena italiana e t’accorgi che di vero c’è solo lo sconforto delle persone serie.

Partiamo dai partitanti, per arrivare a chi (s)governa. Se si andasse a votare domani mattina, quindi con questa legge elettorale, il centro destra sarebbe messo male assai, perché diviso. Ma dal Quirinale in giù si ripete che mai e poi mai si andrà a votare con questa legge. Quindi non si vota né domani né dopodomani. Perché, allora, l’inventore della formula che anima e regge la seconda Repubblica, ovvero il Berlusconi Silvio che s’incamminò verso il “tutti assieme pur di vincere, e poi si vede”, ora pone il suo sigillo sull’esatto opposto?

Mettiamo in fila alcuni fatti: a. se un pezzo del centro destra esce dal governo, senza farlo cadere, mette nei guai il centro sinistra e segnatamente Matteo Renzi, il cui consenso diventa determinante per reggere in piedi una baracca detestata; b. tanto è vero che non hanno fatto a tempo a spaccarsi che il ministro Cancellieri s’è ritrovata sola, abbandonata anche da Mario Monti (che la sostenne nella corsa al Quirinale, contribuendo in modo determinante ad annullare la gara e consegnare la coppa a chi già lo abitava); c. il governo diventa, così, l’espressione di due minoranze; d. se al Senato viene meno la maggioranza finisce nei guai anche Beppe Grillo, perché gli si spacca il gruppo e taluni scoprono la vocazione per la stabilità; e. le prossime elezioni, europee, sono con sistema proporzionale e se ci si presenta divisi si prende una somma di voti superiore al presentarsi uniti (complice anche lo scalfarismo, che pur di mostrarsi combattente accredita la destra vera, seria, europea, etc. favorendole qualche votarello); f. se poi ti ritrovi con i voti del padre, dei figli e dei figli di madre ignota che sommati superano quelli della sinistra, cominci a misurare l’utilità della scissione.

Ergo: la scissione è fessa per la parte vera, ma furba per la falsa. Alla fine, se non si vota subito, l’agnello sacrificale ha un forte accento fiorentino. Oibò, ma tutto questo minaccia la stabilità di cui l’Italia ha tanto bisogno? Facciamola finita: il governo Letta ha fallito. I rilievi mossi dalla Commissione europea, circa la legge di stabilità, sono fondati. Lo abbiamo detto in tutti i modi che quella legge era inadeguata. Siamo gli ultimi a poterci meravigliare per il severo giudizio. Ma resto basito, eccome, per l’umiliante schiaffo assestato all’Italia. L’idea che la nostra legge di bilancio sia restituita al mittente, accomunandoci a Spagna, Malta, Lussemburgo e Finlandia quali bocciati, è intollerabile. L’Italia è la seconda potenza industriale europea, la terza potenza economica. Siamo i fondatori della Comunità europea. Abbiamo interesse a essere e rimanere parte dell’integrazione europea, ma deve essere chiaro a tutti che senza l’Italia l’Unione neanche esiste. Solo l’irrilevanza politica di un governo incapace può avere consentito quel degradante giudizio.

L’unica vera missione di Letta e Saccomanni consisteva nel mettere a punto non tanto e non solo una legge di bilancio, ma prima di tutto le relazioni politiche e istituzionali necessarie per concordare e vedere approvare le scelte (dolorose) che si andavano compiendo. In questo c’è una radicale differenza, rispetto al governo di Monti: anche lui si piegò ai diktat altrui, ma almeno non fu sconfessato dagli stessi che lo avevano indirizzato. L’unica missione loro affidata, la ragione per cui restava in piedi un governo che faceva riferimento solo al Quirinale, è fallita. La conseguenza, ora, consiste in una ulteriore perdita di sovranità del nostro Parlamento. In questa condizione la stabilità neanche c’è più. C’è solo il desiderio di trascinare avanti quello che è un conclamato fallimento (condito con le parole patetiche di un ministro dell’economia traumatizzato).

Il tutto in un’Italia che ha numeri importanti da far valere, forza da far pesare e storia da non cancellare. Ma è nelle mani di chi non sa usare i numeri, non ha orgoglio della forza e sconosce la storia. Ci hanno lessato l’anima per mesi, raccontandoci che la ripresa sarebbe iniziata prima della fine dell’anno, e manco si sono accorti che è finito. Ci hanno massacrato le pupille con la luce in fondo al tunnel. Io resto un ottimista, perché credo di conoscere i punti forti dell’Italia, ma siamo saturi di questo melassoso ottimismo dell’incompetenza, generato da una sola cosa: loro si sono sistemati.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario