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Le lacrime di Francesco Gavazzi

Sogno liberale addio?

Solo l’affermazione dello Stato decisore può aiutare l’Italia a crescere

di Enrico Cisnetto - 03 maggio 2008

Il ritorno di Francesco Giavazzi – riapparso sulle colonne del Corriere della Sera dopo che alcuni suoi amici, come Franco Debenedetti, ne avevano denunciato la “scomparsa” – ha un che di melanconico. “Cari liberisti, abbiamo perso la battaglia”, ha annunciato il campione dei “mercatisti”, che sconsolato giudica il consenso dato a Berlusconi e Lega come la vittoria, tragica per l’Italia, dei “protezionisti”.

Difficile dargli torto: alle elezioni ha vinto la destra populista, che propone al Paese un modello autarchico-federalista che affonda le sue radici nel rifiuto della globalizzazione e dei processi di integrazione socio-economica che essa determina. E in questa direzione non spinge solo l’incultura di Pdl e Lega, ma anche la riflessione strategica di Tremonti, l’unico che pensa da quelle parti. Detto questo, però, Giavazzi dovrebbe interrogarsi sul perchè le sue posizioni – riassumibili nel titolo del suo ultimo libro “Il liberismo è di sinistra” – sono uscite sconfitte dalle urne. Solo perchè gli italiani hanno usato la pancia e non la testa? Solo perchè Berlusconi e Bossi sono stati più bravi degli altri – ammesso e non concesso che costoro fossero portatori di una linea davvero diversa – a intercettare le paure e le chiusure che prevalgono nel Paese? Io credo che le cose stiano diversamente.

Giavazzi, e con lui i tanti “liberisti scolastici” (Debenedetti, Mingardi, Giannino, Zingales, Alesina, ecc.) che hanno condiviso in questi anni la linea “mercatista” sono portatori, a mio giudizio, di una grave responsabilità: quella di aver trasformato il pensiero liberale, naturalmente contrapposto allo statalismo tanto di sinistra quanto di destra, nell’ideologia liberista elevata a “pensiero unico”. Costoro non hanno capito che nessun paese liberale, a cominciare dagli Usa e dal Regno Unito, pratica una politica di totale lasser-faire, rinunciando ad un ruolo di guida e di indirizzo che è proprio della responsabilità della sfera politica. Ma la cosa ancora più singolare è che questo gruppo di intellettuali radical chic sommi sacerdoti del “dio mercato” che negli ultimi anni hanno cercato di farci credere che “il liberismo è di sinistra”, sono stati affiancati nel corso della Seconda Repubblica da molti riformisti, o meglio da quegli ex comunisti che per far dimenticare di aver demonizzato per una vita il profitto sono passati all’estremo opposto.

Questo ensamble, anche perchè ben inserito nei media, ha rappresentato negli ultimi anni il vero “potere forte” del Paese, quello che avrebbe dovuto guidare la borghesia verso la sua definitiva modernizzazione. In realtà, con la forzatura ideologica che hanno praticato, hanno spinto la gran parte degli italiani, a cominciare proprio dal ceto medio, a sposare la linea “protezionista”, intesa come difesa dal nuovo quale che esso fosse, finendo per consegnare il Paese o al Cavaliere (e alleati) o ad una sinistra che essendo stata costruita solo in funzione anti-berlusconiana era necessariamente condizionata dalle posizioni più massimaliste (comunisti, verdi del no, giustizialisti). Invece di capire che nella sua forma più moderna il liberalismo è la struttura di pensiero che maggiormente ha contribuito a mettere in pensione i concetti di destra e di sinistra così come li abbiamo conosciuti nel Novecento e vissuti fin qui, perchè il pensiero liberale promuove valori e obiettivi – merito, concorrenza, uguaglianza delle opportunità – che presuppongono come strumento fondamentale lo sviluppo economico, il quale, nelle democrazie, non è fine a se stesso e presuppone un diffuso consenso sulle scelte necessarie a realizzarlo. Invece di capire che la crescita economica non può essere il semplice prodotto degli animal spirits che agiscono nel mercato, a sua volta da considerare un “locus artificialis” che richiede sì regole ma anche uno spazio di discrezionalità politica da usarsi in nome dell’interesse generale (che sarà poi premiata o sanzionata dal cittadino elettore, categoria che nella polis precede quella dell’imprenditore, del lavoratore e del consumatore), e che tutto questo non significa il ritorno (o la permanenza) dello Stato imprenditore o gestore, ma la definitiva affermazione dello Stato decisore, che sceglie in nome della superiore responsabilità politica. Ecco, invece di comprendere tutto questo e aiutare un paese pre-moderno come l’Italia a trovare la giusta strada della sua evoluzione, costoro ci hanno regalato la destrutturazione sia del mercato che dello Stato.

Dunque, Giavazzi ha ragione a parlare di “occasioni perdute”, di “speranze deluse”. Ma farebbe bene – anche se so che l’autocritica è una dimensione umana che non gli appartiene – a guardare a quante responsabilità egli porta di quanto è avvenuto: a furia di chiedere l’impossibile, si è ottenuto il peggio. Se anziché continuare a impartire lezioncine al prossimo, Giavazzi e giavazzisti si dedicassero a rivedere criticamente quel “pensiero unico” che hanno creato – unico soprattutto nel senso che ha cittadinanza solo in Italia – forse potrebbero aiutare, una volta tanto, il Paese a liberarsi dall’idea che nel farsi rappresentare politicamente abbia di fronte la sola alternativa tra una destra populista e una sinistra velleitaria. Giusto per evitare le lacrime, la prossima volta.

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