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Soluzione spagnola

Sofferenze bancarie e debiti, copiamo Madrid

Perchè non seguire il modello iberico per la ristrutturazione del sistema bancario e i pagamenti alla Pa?

di Enrico Cisnetto - 25 marzo 2013

Se si guardano i numeri dell’economia, l’Italia sta meglio della Spagna. Negli ultimi due anni il debito pubblico italiano è cresciuto assai meno di quello iberico (dal 119% al 127% del pil noi, dal 61,5% all’86% loro), e il loro deficit è andato fuori controllo (intorno al 10%) mentre il nostro è sotto i parametri di compatibilità (-2,9%). Il loro settore privato e le loro famiglie sono indebitate il doppio, avendo noi un patrimonio largamente superiore e nessuna bolla immobiliare esplosa. C’è solo una differenza che avvantaggia la Spagna: lì c’è un governo. Che decide. Ecco due esempi, che siano anche di promemoria per il presidente incaricato (questo e quello che eventualmente verrà): la creazione di una “bad bank” per le “sofferenze” bancarie; la modalità di pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazione verso le imprese. Vediamoli in dettaglio.

L’anno scorso il Governo spagnolo ha chiesto alle Ue e al Fondo Monetario l’aiuto per la ristrutturazione e ricapitalizzazione del suo sistema bancario. Tra le diverse cose decise, c’era anche la creazione di una società di asset management (Sareb) al 52% privata e al 48% pubblica, cui è stato affidato il compito di gestire le insolvenze per 15 anni, cedute dalle banche (solo quelle aiutate dallo Stato, ma in Spagna sono tante) a circa il 40% del valore nominale del credito, in cambio di titoli garantiti dallo Stato e accettati come collaterale dalla Bce. La massa di “crediti deteriorati” – quasi tutti legati ad attività immobiliari – già trasferita supera i 50 miliardi e arriverà a quasi raddoppiarsi. L’operazione è perfettamente riuscita e sta riducendo l’entità delle partite incagliate. Ora, considerata l’esplosione di “sofferenze” che stanno emergendo nelle banche italiane, soprattutto originata dal fallimento di imprese, la domanda è: perché non copiare?

Ed è lo stesso quesito che viene da porsi davanti l’ottima riuscita dell’esperienza spagnola in materia di mancati pagamenti di fatture emesse da imprese nei confronti di pubbliche amministrazioni (nel loro caso degli enti locali e società collegate). Già, abbiamo imboccato la stessa strada l’anno scorso, creando come loro il meccanismo della certificazione dei crediti. Solo che gli spagnoli hanno proseguito, creando un meccanismo di “una tantum” capace di superare le rigidità dei vincoli di bilancio, che in 5 mesi ha consentito di rimborsare materialmente 27 miliardi, mentre noi siamo rimasti fermi a pochi milioni di crediti certificati. Eppure in ballo ci sono oltre 70 miliardi (qualcuno sostiene che sono quasi 100), che ora il governo Monti (diviso al suo interno) ha deciso di rimborsare per un po’ più della metà (40 miliardi) in due anni. Poco in troppo tempo.

Ma il problema è ancora più grave: non c’è alcuna certezza che ciò avvenga davvero. Il ministro Passera, con ragione, voleva utilizzare Cassa Depositi e Prestiti, ma il Tesoro l’ha stoppato, nel silenzio – assordante – di palazzo Chigi. Considerato che il precedente tentativo di triangolazione con le banche è fallito, giustamente Confindustria e Confcommercio esprimono un esplicito scetticismo. Che suona come condanna capitale se si considera che questa volta l’Europa non c’entra, anzi, visto che ha dato l’ok a far emergere tutti i 70 miliardi di debito in più. E Dio solo sa quanto servirebbero questi soldi per far ripartire l’economia. Basterebbe copiare!

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario