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Public Policy

Legge di stabilità

Società incivile

Baretta & Brunetta dimostrano che l’uscita di sicurezza politica esiste. SI potrà imboccare se le forze politiche capiranno che il problema non è distinguersi fra di loro, ma prendere atto che hanno già fallito, sicché solo un lavoro serio può restituire il senso della loro funzione

di Davide Giacalone - 22 novembre 2012

Il governo incassa (tre volte, tra ieri e oggi) la fiducia su un testo che non ha mai presentato. La legge di stabilità che ottiene il via libera della Camera non è neanche somigliante a quella predisposta dai ministri, ma è il frutto di un lavoro politico, condotto, concordemente, da due relatori che il bipolarismo vorrebbe contrapposti: Pier Paolo Baretta (Pd) e Renato Brunetta (Pdl). Si tratta di un dato rilevante, politicamente significativo e quasi trascurato.

Il testo così lavorato non è entusiasmante, non è quel che serve per spezzare la spirale recessiva, ma ha due caratteristiche: a. è migliore di quello governativo; b. è altrettanto rigoroso, senza che vi sia stato alcun “assalto alla diligenza”. Eppure si continua ad andare in giro per il mondo, nonché a salmodiare per le contrade italiche, supponendo che il diluvio sia l’unica alternativa al governo Monti. Eppure si ripete che se si lascia la palla in mano ai politici va a finire che la buttano sugli spalti del populismo e della propaganda, laddove, al contrario, è stato il governo tecnico ad attaccare i megafoni del populismo fiscale, propagandando falsi sgravi Irpef, mentre è stato il Parlamento a tagliare i fili di quella cacofonia. La lezione è ragguardevole: proprio la “strana maggioranza” ha reso possibile quella ragionevole collaborazione che dovrebbe essere la regola, ma la politica ha avuto la forza di praticarla solo dopo avere subito un brutale commissariamento. Se si vedesse la stessa cosa anche sul terreno delle riforme istituzionali, compresa la materia elettorale, potremmo supporre che s’è imboccata la retta via.

Invece capita che sorgano per ogni dove movimenti, cartelli, raggruppamenti e zattere naufraghe suppostamente incarnanti l’ectoplasmatica “società civile”, in realtà capaci solo di abbandonarsi a mantra salvifici quali: “Monti, Monti, Monti” o “nuovo, nuovo, nuovo”. Iniziative, compresa quella guidata da Luca Cordero di Montezemolo, che sono il frutto dei fallimenti politici, ma non certo la soluzione dei nostri problemi. Un po’ come la fenomenale galassia grillina, ma con assai minore attrattività elettorale. Anzi, direi che la principale differenza consiste in una inversione dei fattori: i grillini vogliono raccogliere i voti senza governare, i carini vogliono governare senza raccogliere i voti.

I voti di rifiuto e protesta, la versione elettorale del vaffa di piazza, sono frutto della società civile. Sono una fuga dalla realtà, supponendo che maledicendo gli eletti si possano deresponsabilizzare gli elettori. Una gara sul terreno del vizio: più la gente vota i Batman, più i Batman fanno quello che gli pare, più si crede che impalarli (cosa largamente incivile) assolva dal riflettersi gli uni negli altri. Mentre chi si propone come rappresentante della società civile non solo non ne incassa i voti, ma pretende che ci si dimentichi quali sono le caratteristiche dell’andazzo collettivo: evasione fiscale, abusivismo edilizio, arrampicamento per conoscenze, ricerca di rendite e protezioni, assenteismi dal lavoro, il tutto generate moralismo senza etica. O vogliamo (far) credere che i politici siano marziani? Né fanno eccezione le liste denominate “civiche”, che hanno un senso quando municipali, salvo divenire incarnazione della decomposizione collettiva ove proiettate in campo nazionale.

Baretta & Brunetta, intanto, dimostrano che l’uscita di sicurezza politica esiste. Per ora è solo un forellino, un episodio. Ma può divenire una breccia e un costume. Capiterà se le forze politiche maggiori capiranno che il problema non è distinguersi fra loro in modo da riraccattare le tifoserie, così sperando di evitare l’ingloriosa fine, ma, al contrario, prendere atto che hanno già fallito e sono già finite, sicché solo un lavoro serio può restituire il senso della loro funzione. Tardi è tardi, se ne rendano conto, prima che sia troppo tardi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario