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Quello che insegnano Austria e Baviera

Sistemi elettorali e globalizzazione

02 ottobre 2008

Un sistema elettorale non produce da solo un sistema politico. E’ una nozione-base, che si apprende nella prima o seconda lezione di Scienza della Politica o di Storia dei Sistemi Politici all’università. Eppure è l’equivoco in cui ancora si continua a cadere. O almeno vi cadono quelli che da un quindicennio continuano a cantare le lodi del bipolarismo, che doveva cambiare le sorti – magnifiche e progressive – dell’instabile politica italiana. Coi risultati che abbiamo attualmente sotto gli occhi. Eppure. Eppure anche oggi l’equivoco regge: si è visto nei commenti di “autorevoli” esponenti di maggioranza e opposizione sullo tsunami elettorali che si è appena visto in Austria e Germania. Stefano Ceccanti (Pd) sostiene per esempio che “le elezioni in Austria, dove si vota con un sistema simile a quello tedesco (proporzionale puro con sbarramento al 4%) dimostrano ancora una volta che i sistemi proporzionali puri, fotografici, anche se corretti da uno sbarramento, rendono spesso difficile l’emergere di un chiaro vincitore” (ANSA, 29 settembre). Ma come? Davvero non riusciamo a capire che non esistono sistemi elettorali perfetti, in grado di dare (come per magia) stabilità e rappresentatività, serietà e trasparenza a un sistema politico come quello italiano? Eppure è talmente palese che a) una ampia maggioranza parlamentare è necessaria ma non sufficiente per governare. Governi solidi e meno solidi sono messi all’angolo di volta in volta dai farmacisti, dai tassisti, dagli autotrasportatori, dai sindacati, dai no Tav, dai piloti Alitalia e chi più ne ha più ne metta. B) Vogliamo prendere atto, una volta per tutte, che la crisi economica di questi mesi – e l’uso strumentale che se ne fa in chiave anti-global – non paga? E che anzi spinge, e spingerà, i cittadini sempre più lontani dalla politica “per bene” per consegnarli nelle mani dei diversi leghismi, estremismi eccetera? Il riferimento non è solo a Tremonti e alle sue profezie di sventura da “mille e non più mille”. E’ anche ai (più autorevoli?) Barack Obama e John McCain: soffiare sul fuoco della crisi rischia di essere un gioco molto pericoloso per tutti. (M.M.)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario