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Pensioni e lavoro, la grande sfida

Sinistra e riforme

Mentre Berlusconi si gioca poco o niente, il Pd ha tutto da perdere..

di Enrico Cisnetto - 31 ottobre 2011

Gli “impegni impossibili” presi dal governo con l’Europa sono un problema per l’opposizione, non per la maggioranza. Nessuno, infatti, crede che un esecutivo fin qui “indeciso a tutto” possa fare, in poco tempo e con una forza parlamentare appesa ad un filo, le grandi riforme che ci vogliono e che ci vengono chieste. Dunque, Berlusconi su pensioni e mercato del lavoro si gioca poco o niente. Mentre le opposizioni, e il Pd in particolare, hanno tutto da perdere: fino a ieri hanno criticato il premier per non aver corrisposto alle attese dell’Europa, ora lo attaccano per il solo fatto di aver evocato qualche (timido) provvedimento, che peraltro non farà. Basta vedere cosa è successo con i cosiddetti “licenziamenti facili”. Qual è la linea del Pd? Quella di Ichino (“un codice del lavoro più semplice per migliorare la flessibilità, nessun tabù sull’articolo 18”) e di Renzi (“la sinistra non può difendere i diritti dei garantiti e lasciar fuori gli esclusi”) o quella della Cgil che ha subito gridato allo scandalo? Sia chiaro, io non credo che una qualche forma di flessibilità in uscita, peraltro solo per situazioni oggettive (crisi aziendali, ristrutturazioni) basti a superare il dualismo contrattuale e retributivo tra lavoratori a tempo indeterminato, protetti da una normativa troppo rigida, e dipendenti a tempo determinato e parziale, poco garantiti.

E non credo neppure che la cancellazione dell’articolo 18 sarebbe di per sé capace di rimettere in moto la macchina degli investimenti. Ma questo non vuol dire che un passo in quella direzione non sia utile. E una sinistra di governo dovrebbe essere capace di fare una proposta riformatrice, non subire il riflesso condizionato del sindacato. Stesso discorso per le pensioni.

A sinistra rivendicano la riforma Dini del 1995, ma quando si tratta di prendere atto che la transizione da essa innescata 16 anni fa avrà termine solo nel 2050 e che questa infinità di tempo non è più compatibile con l’aumento delle aspettative di vita e con le condizioni della finanza pubblica, ecco che il fronte si divide. Un riformista doc come Morando dice che occorre estendere il contributivo pro-rata a tutti e a partire già de gennaio, mentre il più prudente Damiano rivendica la legittimità della scelta fatta dal governo Prodi di tagliare lo scalone Maroni (costata 7,5 miliardi più altri 2,5 per altri interventi previdenziali) e chiude ad ogni riforma – se non l’introduzione della libertà di scelta per il momento della quiescenza tra 62 e 70 anni – usando un linguaggio da comizio sindacale (“il governo vuole distruggere lo stato sociale”). Ma così si fa il gioco di Berlusconi. Il quale rimane in piedi proprio perché manca una credibile alternativa. E se si vuole costruire, come è necessario, il “dopo Berlusconi”, cioè la Terza Repubblica, non si può evitare di dire una parola chiara su temi così dirimenti. Nessuno vuole smontare lo stato sociale, ma non c’è dubbio che quello che abbiamo costruito nei decenni costi troppo, sia antiquato e pure iniquo (a danno dei giovani e in generale dei non garantiti). E che, dunque, vada modernizzato, snellito, reso più efficiente, generazionalmente riequilibrato. Questa del welfare sarà, insieme con il taglio del debito pubblico e la semplificazione degli assetti dello Stato e del decentramento, la grande sfida su cui si misurerà la Terza Repubblica. Chi ne è consapevole si faccia avanti.

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