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Anche Brunetta parla di mancanza di strategie

Siniscalco, c’è molto da fare

Nel Dpef dimostri di avere più coraggio di Tremonti su deficit, tfr e competitività

di Alessandra Servidori - 15 luglio 2005

La manovra che dovrebbe concretizzarsi sul Documento di programmazione finanziaria sta scatenando critiche fondate all’interno della stessa maggioranza, tanto che lo stesso Renato Brunetta, autorevole consigliere di Palazzo Chigi, dalle pagine di alcuni quotidiani avanza una serie di proposte alternative ad una “bozza che non contiene numeri definitivi e strategie”. D’altronde la confusione regna sovrana sui provvedimenti da prendere in politica economica, ed è opportuno che il Consigliere del Palazzo investito di un ruolo istituzionale, decida di correggere il tiro e riposizionare il Dpef.

E’ sbagliato, però, attribuire la colpa di un Documento di politica economica e finanziaria vago ed incolore al solo ministro dell’Economia, al quale, tuttavia, una bacchettata va data: per essere un tecnico si fa troppo carico dei vincoli della politica e assomiglia troppo al suo predecessore che poi ha dimostrato che di coraggio e di equilibrio ne ha avuto poco. In sostanza, se all’Economia si arrampicano sugli specchi, se si sforzano in ogni modo di non compiere delle scelte nette, ciò non deriva dalla mancanza di fantasia dei tecnici del Palazzo in cui lavorò Quintino Sella, ma da un orientamento generale che scaturisce – nel campo della politica economica e sociale soprattutto – dalla maggioranza e dal Governo. La linea generale sembra essere la stessa cara all’immobilismo di casa nostra: quaeta non movere et mota sedare. Siniscalco deve temporeggiare con l’Unione europea che ha aperto una procedura di infrazione per deficit dell’Italia. Su tale fronte il ministro ha ottenuto un rinvio di un paio di anni. Ma un problema così delicato non può certo essere affrontato negli ultimi mesi prima della scadenza della “tregua”. Sarebbe bene mettere in campo una strategia di rientro, graduale e articolata, a partire da subito. Di tutto ciò nel Dpef non vi traccia. Almeno per ora.

Vi sono poi altri segnali inquietanti che si aggiungono a quelli vecchi. Il disegno di legge per la tutela del risparmio probabilmente non potrà essere approvato prima della fine della legislatura. Il decreto legislativo sulla riforma del tfr (un aspetto fondamentale per completare la riforma delle pensioni e rafforzare i mercati finanziari) incontra più difficoltà del previsto e rischia di non essere varato prima della scadenza della delega (il prossimo 6 ottobre). Delle norme riguardanti il riordino delle professioni (un tema molto importante per la competitività del nostro apparato produttivo) si è persa la traccia. Nubi oscure si addensano sulla revisione dell’Irap, nonostante la promessa del Governo di affrontare la questione nella prossima Finanziaria. E’ evidente – c’era d’aspettarselo – che le resistenze degli interessi lesi non demordono. Il compito di un Governo che si rispetti è quello di decidere e di recidere i nodi, non di lasciarsene inviluppare fino alla paralisi. Sembra invece che l’esecutivo sia orientato a non prendere di petto nessuna lobby anche a costo di scontentare tutti.

Eppure i risultati dei settori investiti dalle riforme che il Governo ha promosso sono sotto gli occhi di chi vuol vedere. La validità delle scelte compiute per quanto riguarda le politiche del lavoro (legge Biagi, legge Bossi-Fini sull’immigrazione e legge delega in tema di pensioni) ha avuto un riscontro obbiettivo difficilmente contestabile. Il rendiconto dell’Inps per il 2004 (in discussione in questi giorni) ha evidenziato un clamoroso saldo attivo di oltre 5 miliardi di euro. Tale esito dipende – come al solito – dalle ottime performance della cassa dei cosiddetti parasubordinati (i lavoratori atipici) e della gestione delle prestazioni temporanee (assegni familiari, attività di sostegno al reddito, indennità di malattia, ecc. ), ma anche da un saldo attivo di più di 2 miliardi di euro proprio nel fondo dei lavoratori dipendenti (Fpld), che raccoglie tutto il mondo del lavoro privato. Era da alcuni decenni che non si riscontrava un risultato così positivo, dovuto non solo alla diminuzione della spesa per prestazioni, ma anche ad un forte incremento delle entrate contributive. Basti pensare che nel 2003, il Fpld aveva chiuso i conti con un saldo negativo pari ad oltre 1,6 miliardi di euro. Il che vuol dire che, nel 2004 sono stati recuperati quasi 3,7 miliardi di euro. Questo risultato proviene non solo dall’aumento degli iscritti ma anche dal recupero dell’evasione contributiva e dalla regolarizzazione di molte posizioni di lavoro. Insomma, il coraggio ha pagato. E pagherebbe di nuovo, se ancora se ne desse prova.

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