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L’accordo sui metalmeccanici c’era nel 2004

Sindacati, basta al totem dell’unità

Le difficoltà per gli accordi interni causano ritardi inammissibili in una fase di declino

di Enrico Cisnetto - 23 gennaio 2006

Tempo buttato. Mentre nei giorni scorsi assistevo al classico epilogo del rinnovo del contratto dei metalmeccanici – recrudescenza di scioperi e manifestazioni pubbliche, braccio di ferro finale, nottata di febbrile trattativa e firma – mi sono ricordato che poco prima di Natale del 2004 mi era capitato di assistere ad un incontro casuale tra due importanti esponenti del sindacato e della Confindustria, nel corso del quale si erano detti che, di fronte all’inerzia della politica, sarebbe stato molto importante dimostrare che le parti erano in grado di chiudere rapidamente il contratto più importante del comparto industriale. E la cifra di 90-95 euro sembrava ad entrambi quella giusta per uscirne reciprocamente soddisfatti. Invece, come si è visto, la vertenza si è chiusa soltanto 13 mesi dopo, accompagnata da 40 ore di scioperi, blocchi autostradali e ferroviari e lanci di uova contro il “palazzo dei padroni”. Valeva la pena, per una manciata di euro in più?

Certo, non mi sfugge l’esistenza di diversi interessi in gioco, anche politici. Ed è sicuramente vero che un sindacato diviso tra riformisti e oltranzisti e un mondo delle imprese variegato sia per dimensioni che soprattutto per capacità di stare sul mercato (dalle quali deriva la diversa possibilità di concedere aumenti), sono di ostacolo a un accordo rapido. Così come si sa che il contratto delle tute blu è fondamentale, perché le condizioni spuntate dalla “aristocrazia operaia” sono prese a modello per tutte le contrattazioni successive.

In realtà, il problema è un altro: il manifatturiero italiano, travolto dallo tsunami della competizione asiatica, è oggi diviso tra imprese che stanno sul mercato e altre (le più) che sono destinate a non farcela. Paradossalmente, per le prime il costo del lavoro è una variabile importante, per le seconde appare l’elemento decisivo – e nella gran parte dei casi questi stessi imprenditori ne sono convinti – ma in realtà per chi è in deficit di competitività il vero problema è “cosa” producono, non “a quanto” lo producono. Perciò, come è possibile che per ognuna sia valido lo stesso contratto e che tutte paghino lo stesso stipendio? La soluzione sta dunque nel superamento di quel totem irrinunciabile che è il contratto collettivo nazionale. Ma qui casca l’asino dell’unità sindacale. Perché se da un lato la Cisl di Pezzotta sostiene che il lavoro va remunerato in base alle condizioni di mercato, alle dinamiche di produttività e alle situazioni specifiche dell’impresa, per cui il contratto nazionale rimane solo per le normative di cornice e poi occorre decentrare ai contratti aziendali, dall’altra la Cgil, condizionata dai massimalisti della Fiom, si oppone fino a mettere il veto, con in mezzo la Uil che ancora ieri per bocca di Angeletti ha detto che la riforma delle relazioni industriali “è difficile” e dunque “non indispensabile”. Si era detto: prima facciamo il contratto dei metalmeccanici, poi mettiamo mano alla struttura dei contratti. Bene, questo è il momento: si apra un tavolo di trattativa, tra le tre centrali confederali e con la Confindustria. Mettendo in gioco il pluralismo delle posizioni, non l’unità fittizia. Serve invece una cura da cavallo: in palio c’è l’intero settore manifatturiero italiano. Crediamo davvero di poterci rinunciare così a cuor leggero?

Pubblicato sul Gazzettino del 22 gennaio 2005

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