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Prodi risponde al Parlamento su Telecom

Silenzio in Aula: parla il Presidente

Tante domande, ma tutte con la medesima risposta. In gioco la credibilità del Paese

di Davide Giacalone - 28 settembre 2006

Questa mattina, alla Camera dei Deputati, il presidente del Consiglio prenderà parte a quel dibattito parlamentare che, secondo lui, era da matti immaginare che si sarebbe svolto. Non credo che la faccenda sia decrittabile usando gli strumenti della psichiatria, mentre non sono da scartarsi quelli della psicanalisi (in fondo Freud, nelle sue lezioni, faceva riferimento proprio ad una seduta parlamentare). Comunque, sebbene non lo volesse, sebbene abbia fatto di tutto per evitarlo, oggi Prodi deve dire la sua sul caso Telecom Italia. Non so quale strada sceglierà per cercare di scantonare, ma conosco le domande cui dovrebbe dare una risposta. Eccole.
1. E’ noto che, secondo lui, Angelo Rovati non si sarebbe dovuto dimettere. Il collaboratore che passò a Tronchetti Provera il piano cui il presidente di Telecom si sarebbe dovuto attenere, e che lo fece partire da Palazzo Chigi accompagnandolo con un biglietto intestato dove, di suo pugno, lo ringraziava “per la disponibilità” (a proposito, quale? normalmente si mettono i saluti, mentre se si ringrazia per la disponibilità s’intende qualche cosa di preciso, cosa?), Rovati appunto, sarebbe dovuto restare al suo posto. Allora, prima domanda: ma gli sembra normale che, dalla sede del governo, ci si faccia gli affari altrui o, meglio, si lavori quali mediatori d’affari?
2. Rovati, colto dall’altruismo ingenuo di chi tenta di addossarsi colpe non proprie, ha detto che quel piano era frutto di un lavoro privato, fatto con un banchiere amico. L’amicizia è un nobile sentimento, quindi si vorrebbe sapere: chi è il banchiere? Un compagno di merende domenicali, solitamente impegnato sul fronte ortofrutticolo, o, per caso, un professionista che già seguiva la materia, magari come consulente di qualche candidato partner di Telecom?
3. Immagino non sia facile sentirsi rispondere: “la seconda che hai detto”. Mettiamo, allora, che sia la prima. Il piano è piuttosto preciso e particolareggiato, denotando una buona conoscenza della materia e delle intenzioni riservatamente espresse da Tronchetti Provera. Sarebbe interessante sapere: se il banchiere consultato è estraneo alle trattative, chi gli ha dato gli elementi utili per il suo oramai celeberrimo lavoro? Ha provveduto Rovati, davanti ai soliti tavoli a tre piedi che da tempo accompagnano le domeniche prodiane? E se è stato Rovati, era con lui medesimo che Tronchetti Provera aveva condiviso i dolori, o le notizie gli arrivavano da Prodi?
4. Il piano contiene un’idea, che è quella di scorporare la rete fissa e consegnarla alla Cassa Depositi e Prestiti, ove pare che uno dei banchieri consulenti di Murdoch sia stato candidato alla presidenza. Ma questa è solo una coincidenza, ovviamente. Questa era la posizione di Prodi, che ne aveva discusso con Tronchetti Provera (mentre nega di avere mai saputo dello scorporo della rete mobile). C’è un problema, però: la privatizzazione di Telecom fu curata dal governo Prodi che, all’epoca, ritenne utile e produttivo l’esatto contrario, ovvero mantenere la rete fissa sotto la stessa amministrazione del resto della società. Pertanto: ritiene di avere sbagliato allora? Sono insorte novità, e quali? È così divertente vendere a poco e ricomperare a tanto, con i soldi degli italiani?
5. L’idea dello scorporo della rete fissa era già stata discussa nella maggioranza di governo, e ci sono dichiarazioni, in tal senso, che riportavamo i primi di agosto. Siccome nel tomazzo programmatico questa roba non c’è, si domanda: il Parlamento sarebbe stato messo al corrente a cose fatte, o si contava sul fatto che i parlamentari lo avrebbero letto direttamente sui giornali? No, perché venire, adesso, a dire che il dibattito si fa sulla politica delle telecomunicazioni, così da buttarla in strategia, è giusto un tantinello tardivo.
6. Posto che attorno a quell’idea lavorava il governo, e posto che Guido Rossi ha già detto che non se ne parla neppure, si desidera sapere: le proposizioni di Rossi in cosa sono differenti da quelle di Tronchetti Provera, e se erano inaccettabili le seconde, lo sono anche le prime? Nel caso non siano condivise dal governo, come tutto lascia intendere, questo ha intenzione di prendere dei provvedimenti, e quali? E’ urgente che sia chiarito, perché l’Italia tutta sta già pagando un prezzo altissimo in termini di credibilità internazionale.
7. Veniamo alla nazionalità del futuro assetto proprietario. All’epoca delle tentate scalate bancarie Prodi criticò, ed a ragione, quei settori politici che si adoperavano per far valere un prosaico “non passi lo straniero”. Poi, però, quando Tronchetti Provera ha reso nota la precaria condizione della proprietà Telecom gli è stato detto che, prima di ogni cosa, si doveva salvaguardare l’”italianità”. Concetto poi ripetuto. Ora la proprietà Telecom non è solo scalabile, ma quasi raccattabile. Quale dei due criteri vale? Gli avversari del fazismo bancario si sono convertiti ad un fazismo telecomunicativo? E, non ultimo, non è che per aiutare il tricolore in Telecom si è già stabilito di spagnolizzare Autostrade, talché i Benetton abbiano dei denari da reinvestire?
8. Il dibattito odierno lo si sarebbe voluto manicomiale, e passi. Ma non ritiene, il governo, che l’intera vicenda, coinvolgendo la politica stessa delle comunicazioni ed arricchendosi di zone che sono grigie per non dire direttamente nere, meriti una commissione parlamentare? So che la materia non è di competenza governativa, ma so anche che, a detta di tutti i suoi avversari, Prodi è il capo della maggioranza, ed in tal senso tenuto a rispondere.
9. I debiti di Tronchetti Provera sono affari suoi, e sarebbe bene li paghi con soldi suoi, ma il governo ha valutato l’eventuale impatto sul sistema bancario, ha esaminato il rischio connesso ad un’eventuale impossibilità? Già, perché dire che Tim non deve essere venduta, senza porsi questo problema, non è molto pregno di significato.
10. Infine, vorrei ancora sapere perché l’anima di Dossetti fiancheggiò le Brigate Rosse, inducendo a credere che Gradoli sia un paese in provincia di Viterbo e non una via di Roma. Ma questo, lo so da me, è fuori tema.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato su Libero del 28 settembre 2006

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