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La realtà dei numeri contro l’allarmismo

Sicurezza sul lavoro, oltre la retorica

Formazione, prevenzione e collaborazione. Questa la ricetta per azzerare gli infortuni

di Enrico Cisnetto - 22 giugno 2008

Ha ragione il presidente della Repubblica, che sul tema degli incidenti sul lavoro non fa mai mancare la sua voce. E certamente i recenti fatti della Thyssen (sette morti), di Molfetta (5 morti), di Mineo in Sicilia (sei morti) e altri ancora sono un fatto doloroso che deve far riflettere. Tuttavia, stiamo attenti a non passare dalla denuncia (sacrosanta) alla creazione mediatica di un fenomeno “percepito” in modo significativamente diverso dalla realtà. Se guardiamo ai dati appena rilasciati dall’Inail, infatti, vediamo che nel 2007 le morti sul lavoro sono calate del 9,7% rispetto all"anno precedente (1.210 contro 1.341), così come sono diminuiti (-1,7%) gli infortuni (912.615 in totale, ben 15.500 in meno rispetto al 2006).

Ripeto, si tratta comunque di morti che si dovevano e potevano evitare, ed è ovvio che in uno Stato ideale queste cifre dovrebbero tendere allo zero. Ma stiamo attenti a non cavalcare un certo allarmismo, in linea con altre emergenze più mediatiche che reali (vedi alla voce rom). A sentire i telegiornali ci si convince, infatti, che per le morti bianche “siamo a una situazione da terzo mondo”, o che “siamo agli ultimi posti delle classifiche europee”. Attenzione, è una colossale bufala: se guardiamo ai dati Ue scopriamo che l’Italia si colloca tra Belgio e Lussemburgo, paesi non proprio incivili, e molto lontana dai paesi con il più alto tasso di mortalità sul lavoro (Portogallo, Austria, Spagna). Secondo l’Eurostat, infatti, fatto 100 il tasso di mortalità del Portogallo, l’Italia è a 40, contro i 74 dell’Austria e ai 31 della Francia.

Ora, sgombrato il campo da inutili equivoci, è ovvio che bisogna far scendere ancora queste cifre. Tuttavia, se vogliamo mettere mano al sistema della sicurezza sul lavoro, è nella direzione della delegificazione e della maggior responsabilizzazione dei lavoratori e delle imprese che dobbiamo andare, non in quella opposta. Del resto, lo dicono le esperienze più che positive dei paesi scandinavi, dove, parallelamente alla deregulation in materia fiscale, si è introdotta una semplificazione anche delle norme sulla prevenzione infortunistica. Se vogliamo evitare la retorica e l’ipocrisia – come ha fatto il responsabile siciliano della Cgil, Tripi, sostenendo che anche il sindacato e i lavoratori hanno le loro colpe in materia – allora dobbiamo dire chiaramente che serve investire su formazione, prevenzione e collaborazione tra impresa e lavoratori.

Per fortuna questa è la linea del ministro Sacconi: responsabilizzazione di imprese e lavoratori – ulteriori diktat avrebbero l’effetto di spingere ancora più soggetti verso il sommerso, riducendo il rispetto della normativa – e semplificazione, piuttosto che maggiori controlli e nuovi paletti giuridici. Ma non solo. Serve anche ripensare totalmente il sistema dei controlli: al momento ricadono sulle Asl e sugli ispettorati del lavoro, con risultati decisamente scarsi, mentre l’Inail, organismo principe in materia di sicurezza, svolge prevalentemente funzione di assicuratore dei lavoratori. Invertiamo allora la rotta: alleggeriamo l’Inail da un compito che non gli compete – per questo ci sono le compagnie di assicurazione – e invece trasformiamolo in un grande “polo della sicurezza”, assegnandogli tutte le funzioni di formazione, prevenzione e controllo. Questa è la direzione giusta, il resto è solo retorica.

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