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Public Policy

Sistema Sanitario Nazionale: urge una riforma

Siamo veramente al grottesco

Occorre lasciare al governo le scelte strategiche, di indirizzo e di controllo

di Cesare Greco - 23 febbraio 2010

Ormai siamo al grottesco. La sanità del Lazio è in profondo rosso e commissariata, e i Direttori delle Aziende Ospedaliere si baloccano con centinaia di migliaia di euro dei cittadini per promuovere la propria immagine (che dovrebbe essere promossa gestendo bene il pubblico denaro e assicurando servizi di qualità), acquistare centinaia di cestini artistici (Policlinico) o costruire muri da demolire subito dopo (S. Camillo - Forlanini). Soldi buttati nei saldi di fine legislatura, centinaia di migliaia di euro di quegli stessi cittadini che vedono tagliate le prestazioni e inaspriti i ticket per risanare una sanità che non loro, ma i galoppini di partito hanno depredato e depredano con la certezza dell’impunità. Abbiamo più volte scritto, totalmente inascoltati, che il sistema sanitario italiano è il più perfetto, oliato e collaudato sistema di finanziamento degli apparati elettorali dei partiti, tutti i partiti. L’esperienza ci ha insegnato che la sua principale missione non è provvedere al meglio alla salute dei cittadini che lo finanziano con il sistema fiscale più pesante d’Europa, ma provvedere al meglio al mantenimento di quegli apparati politici che ne hanno la gestione diretta e lo utilizzano ai propri fini.

Fa rabbia ascoltare i candidati governatori discutere di sanità in questi giorni di campagna elettorale. Fa rabbia perché le loro analisi e le loro proposte suonano per i cittadini come una solenne presa in giro. Tutti riconoscono che il sistema non funziona e tutti si affrettano a dire che è per colpa di quei ladri che c’erano prima o, se prima c’erano loro stessi, prima di prima. Fa rabbia perché le proposte continuano ad essere demagogiche, fumose, velleitarie. E fa rabbia sentire che anche gli onesti radicali, per bocca della Bonino, continuino a proporre più trasparenza, maggior controllo e altre velleitarie amenità, dimostrando di non sapere come il sistema funziona e, di conseguenza, senza affrontare il nodo vero della questione: la struttura del sistema sanitario nazionale e le leggi che lo regolano.

L’on. Bonino è persona seria e, soprattutto, studiosa. Vada a rileggersi le varie leggi di riforma che dal 1978 ad oggi hanno plasmato l’attuale SSN, vada a rileggersi soprattutto la legge Bindi negli articoli che riguardano la nomina dei DG, le norme concorsuali per i primari e, soprattutto, l’articolo 15 con i sottoarticoli septies e octies. Vuole inoltre informarsi l’on. Bonino, e come lei la Polverini e tutti gli altri aspiranti governatori che straparlano di sanità da moralizzare, quali sono gli emolumenti dei burocrati di nomina politica (compresi i direttori sanitari) e dei vari consulenti e quale è il rapporto tra questi emolumenti e quelli corrisposti ai medici e agli infermieri, spesso precari o sottopagati dalle varie cooperative, impegnati a sostenere una baracca sull’orlo del disastro? Dopo che lo avrà fatto gradiremmo un parere da parte sua, della sua concorrente e da altri aspiranti gestori del SSN.

Siamo noiosi, lo sappiamo, siamo noiosi come tutti coloro che continuano ad insistere su un argomento che non interessa a nessuno perché nessuno vuole in realtà, al di là delle chiacchiere, rinunciare ai lucrosi dividendi che la spesa sanitaria assicura a norma di legge. Ma come tutti i noiosi abbiamo un fondo maniacale, per cui continuiamo imperterriti a proporre le nostre fastidiose idee. E tra queste idee ce n’ è una assolutamente politicamente scorretta: il vecchio sistema mutualistico rimane il paradiso perduto per i cittadini contribuenti. Perché? Andiamo per punti.

1. Il sistema mutualistico non faceva parte della spesa pubblica e non pesava sul deficit dello Stato.

2. Il vecchio sistema mutualistico era in attivo, se è vero che al momento dello scioglimento delle mutue lo stato incassò 2000 (duemila) miliardi di vecchie lire, al valore del 1978, oltre ad un patrimonio immobiliare immenso.

3. I medici di famiglia, o meglio i medici mutualistici di medicina generale, venivano pagati a prestazione e, proprio per questo, si premuravano di seguire i pazienti anche con visite domiciliari (ove richiesto) dal momento che per queste era corrisposta una parcella maggiore. Fino al 1978 non esisteva che un bambino con la febbre dovesse essere portato dal pediatra, perché questi veniva a casa, come ricordano tutti coloro che all’epoca erano bambini. Proprio per questo i medici della mutua assicuravano un’assistenza sul territorio molto più accurata e capillare. Inoltre, la concorrenza che la libertà di scelta del medico imponeva (il rapporto con la mutua era un rapporto libero professionale), produceva una migliore e più attenta assistenza sul territorio.

4. La presenza in ogni più sperduto angolo del paese di una Condotta Medica garantiva una prima assistenza di gran lunga superiore a quella garantita dalle attuali guardie mediche, spesso prive delle più elementari attrezzature, di farmaci salvavita e con medici turnanti neo laureati che nulla sanno dei loro pazienti. I vecchi medici condotti conoscevano alla perfezione la storia clinica dei loro assistiti e spesso erano in grado di far fronte a situazioni di emergenza come l’assistenza al parto e la piccola chirurgia. Non era molto, ma era qualcosa rispetto all’attuale nulla.

5. Anche allora vi erano truffe ai danni delle mutue tentate da medici o farmacisti disonesti, ma era interesse delle mutue stesse denunciarli e costituirsi in giudizio; per non parlare dell’irreparabile danno economico rappresentato dal ritiro della convenzione per i medici infedeli, di per sé un deterrente efficacissimo.

6. La politica ospedaliera era una politica nazionale ed era molto ridotto, rispetto alla situazione attuale, il grave gap di qualità delle prestazioni offerte nelle diverse regioni, oggi in balia di amministratori locali variamente incapaci o collusi con altri interessi.

7. Ma soprattutto la sanità era fuori dalle grinfie fameliche della gestione partitica.

Certamente il vecchio sistema aveva le sue manchevolezze e per questo andava corretto. Prima fra tutte l’esclusione dall’assistenza di chi, non appartenendo alle diverse categorie di lavoratori, semplicemente perché disoccupato, era privo di copertura mutualistica. Ma si trattava di correggere il sistema rendendolo più solidale, non di stravolgerlo.

Occorreva introdurre una qualche forma di intervento statale in ogni caso del tutto marginale. Soprattutto occorreva non assegnare la gestione della sanità alla politica con la scusa di un demagogico “controllo democratico”.

Altro che controllo democratico, si è assistito alla nascita di un’oligarchia di burocrati arroganti e costosi che hanno ridotto il sistema sanitario nelle condizioni in cui oggi versa.

Una riforma è urgente. Ci dispiace che un governo che si dice liberale non si renda conto che l’attuale SSN è un sistema da socialismo reale, che costa uno sproposito ai cittadini contribuenti-utenti chiamati a pagare per prestazioni spesso da quarto mondo.

Eliminare il controllo della politica dalla gestione della sanità, tornare ad un sistema mutualistico-solidale, lasciare al governo le scelte strategiche, di indirizzo e di controllo, non solo può contribuire a migliorare un meccanismo che è del tutto inceppato ma può contribuire ad alleggerire la spesa pubblica da una voce ormai allegramente fuori controllo.

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