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Il dibattito sull'Europa incagliata

Siamo tutti euroapatici?

Presidente Ue a suffragio universale? Un’idea che i governi non attueranno mai. Invece…

di Donato Speroni - 30 novembre 2005

L’Europa scalda gli intellettuali ma non appassiona i politici. Ernesto Galli Della Loggia, Renato Ruggiero e Franco Debenedetti sono intervenuti nel giro di pochi giorni sulla necessità di rimettere in moto il processo europeo. Ma il tema è pressoché assente della campagna elettorale: sicuramente nei programmi dei partiti si troveranno dotti riferimenti, ma tutti i leader sembrano temere che sull’Europa non si prendono voti, semmai se ne perdono. Meglio quindi parlarne il meno possibile.

Però l"Europa non può essere lasciata morire. Anche su Terza, qualche settimana fa, avevamo registrato la diffusa convinzione che l’Ue del nuovo trattato costituzionale è morta e sepolta e non si sa con che cosa sostituirla: se con una mera area economica, oggi a 25, domani magari a 30 con Turchia e Balcani, oppure con nuove istituzioni di “cooperazione rafforzata” che però inevitabilmente coinvolgeranno soltanto i paesi più omogenei e disponibili: come del resto è già avvenuto con l’euro.

L’articolo di Galli Della Loggia sul Corriere della Sera è paragonabile per importanza a quello di Francesco Giavazzi sui cinque punti programmatici. Però mentre quest"ultimo ha fatto esplodere un turbinio di interventi, sull’altro si registra solo qualche compassato commento, almeno finora. Per rimettere in moto l’Europa, Galli Della Loggia propone che i paesi fondatori e chi volesse starci, purché già presente nell’area dell’euro, diano vita a una più stretta integrazione, caratterizzata tra l’altro dall’elezione a suffragio diretto del presidente dell’Unione. Che avrebbe poteri “simbolici” ma rappresenterebbe comunque “un immediato punto di riferimento”. La proposta è stata ripresa anche in un’intervista da Renato Ruggiero, che non ha voluto entrare troppo nel merito, ma ha affermato la necessità di un’idea semplice e incisiva, e ha chiesto che l’Italia prenda l’iniziativa, magari con la Germania. Debenedetti ha espresso il timore che un’Europa senza la Gran Bretagna si chiuda nei suoi vizi che ne rallentano l’economia, mentre il solo politico finora intervenuto è stato Pier Ferdinando Casini, il quale ha detto una cosa di grande buonsenso: “Bisognerebbe prima scuotere l’Europa dalla sua euroapatia”.

Il punto è proprio questo. I cittadini oggi sono euroapatici perché l’Europa è diventata antipatica e nessun governo se la sentirà di lanciare iniziative politiche di rafforzamento. Prendiamo per esempio quello che sta succedendo in Italia. Il centrodestra ha scelto di fare dell’euro e delle politiche europee attuate negli anni in cui Romano Prodi presiedeva la Commissione di Bruxelles uno dei suoi punti di attacco al centrosinistra. Quest’ultimo d’altra parte ha tutto l’interesse a “parlare d’altro” perché la convinzione che l’euro abbia impoverito gli italiani (giusta o no, non è questa la sede per parlarne) è troppo scottante per accettare il confronto su questo terreno.

E allora? Da chi può venire un’iniziativa di rilancio europeo? Azzardo una risposta: non dai politici, ma da quella parte della classe dirigente che è convinta che senza un’Europa rafforzata nel suo nucleo più omogeneo non è possibile fermare il declino del vecchio continente. Troppe volte le associazioni e i movimenti di base che si dicono europeisti in realtà si concentrano su altri temi, più facili e forse anche più divertenti, sulla scacchiera della politica.

Un rilancio europeo non può provenire da una iniziativa dei governi o dei partiti, come pensa Galli della Loggia, ma deve essere imposto dal basso, con iniziative che legano tutti i movimenti che nei diversi paesi vogliono gli Stati Uniti d’Europa. Nel mio precedente articolo ho proposto il lancio di un referendum: ci possono essere altre iniziative, forse migliori, ma bisogna muoversi. Contarsi, individuare strategie comuni, uscire una buona volta dai confini nazionali che rendono tutto asfittico e senza speranza.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario