ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Siamo sicuri che "il popolo lo vuole"?

Lo schermo protettivo della nostra politica

Siamo sicuri che "il popolo lo vuole"?

Tra abiure e ansie da aggregazione, il percorso del bipartitismo all'italiana

di Elio Di Caprio - 18 febbraio 2008

Il popolo lo vuole! Tanto più quando sono i sondaggi a dimostrarlo. Sembra questo lo schermo protettivo del bipartitismo di vertice (all"italiana) che si fa avanti e si propone di raccogliere i maggiori consensi elettorali, circa l"80%. Da una parte il mito fondante del popolo del 2 dicembre, quello di centro destra che si raccolse in Piazza San Giovanni a Roma nel 2006 in una grande manifestazione per protestare contro il governo Prodi insediato da pochi mesi, dall"altra quello dei gazebo del popolo di sinistra che ha “voluto” il Partito Democratico ed ha scelto l"unico candidato senza rivali, Walter Veltroni. Perchè, in nome della verifica democratica, non andare a contare i due “popoli”, aggiungendoci magari il popolo dei girotondi e magari tentare una grande intesa dal basso?

Ma sono sempre i capi a decidere in nome e per conto- anche del popolo delle piazze- si inventano nuove sigle, mettono assieme quello che ritengono opportuno, escludono od ammettono, semplificano secondo i loro criteri e chi ci sta ci sta. Si va all"avventura anche se si perdono pezzi per strada, tanto basta poi qualche colpo mediatico a ricomporre e convincere gli incerti. Il popolo sta lì, ma le candidature e le liste bloccate le stabiliscono i partiti e le loro segreterie, se non due o tre persone in tutto.

Anche se la storia non si ripete c"è qualche somiglianza con quanto avvenne convulsamente nel "93, quando in tutta fretta si crearono due fronti contrapposti dopo trattative trasversali, colpi di scena, falsi ammiccamenti, finte di accordo, esclusioni e inclusioni improvvise. Allora si trattava di dare una forma politica alla resa dei conti di un sistema che non reggeva più, con un debito pubblico altissimo e incontrollabile in un"atmosfera da fine regime, con un presidente del consiglio come Giuliano Amato che aveva appena introdotto l"ICI, la prima tassa patrimoniale italiana, per far fronte all"emergenza finanziaria. Adesso, dopo 16 anni, uno dei temi forti della campagna elettorale ritorna ad essere l"ICI e la sua ipotetica abolizione. Il debito pubblico è sempre lì sopra il 100% del PIL, avanza il precariato e paghiamo il conto della pessima gestione sociale del dopo euro che ha falcidiato i redditi medi delle famiglie ed ha prodotto un enorme trasferimento di ricchezza a favore delle rendite immobiliari e dei redditi autonomi a scapito del lavoro dipendente. E" stato un processo sostanzialmente favorito dal governo Berlusconi di centro destra a cui ha cercato di fare invano da contrappeso, con misure sbagliate e inadeguate, il governo Prodi. Tanto che è aumentato in maniera intollerabile il peso fiscale per tutte le categorie senza che il sistema economico nel suo complesso abbia fatto grandi passi avanti in termini di maggiore produttività.

Il risultato è un"Italia impoverita che va avanti a due velocità, tra nord e sud, con i consumi fermi e il potere d"acquisto dei salari medi inchiodato ai valori del 2000- ormai è una notizia di dominio pubblico suffragata da dati precisi- dall"epoca appunto dell"introduzione dell"euro. E" questo il quadro vero del disagio generale che trova facile espressione nel montante fastidio verso le burocrazie di partito che, in un periodo di lunghissima crisi, hanno dato il cattivo esempio di volersi spartire ulteriori fette della poca ricchezza nazionale rimasta. La polemica apparentemente qualunquista contro la casta politica e le altre caste non avrebbe avuto tanto successo se alla base non ci fosse stato e non ci fosse un reale malessere sociale.

Alla disinvoltura con cui i due partiti maggiori stanno procedendo alla semplificazione del quadro politico, in nome di un “nuovo” che essi stessi non sanno che forma prenderà, fa riscontro dall"altra parte l"illusorio ripiegamento identitario e l"affezione ai simboli di altre stagioni.

Non ci si rende conto che alle nuove generazioni che già vedono con perplessità le stesse facce dei soliti leaders da 15 anni, poco importa dello scudo crociato, della falce e martello, della fiamma tricolore o dei residui pannelliani. E" finito il tempo delle terre promesse dei partiti ideologici.

L"unica “ideologia” valida resta quella del pragmatismo, della capacità di fare, purchè con questo si intenda la soluzione dei problemi pratici con un alto senso dello Stato e del bene comune e non la solita spartizione pragmatica di cariche e favori.

Ora si tenta di sostituire al bipolarismo coatto di prima un bipartitismo arrangiato, nato dai predellini e dai gazebo, da approvare a scatola chiusa e via di nuovo ad elezioni senza neanche avere la possibilità di scelta dei candidati da eleggere. Abiure improvvise ed identità svaporate in un attimo contribuiscono allo spettacolo, ma sanno più di inganno che di improbabile novità.

Non è proprio l"esempio migliore che si possa dare alle nuove generazioni.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario