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Dopo il discorso all’assemblea di Confcommercio

Siamo nelle mani di Siniscalco

Ha i limiti del tecnico puro, ma è l’unico attento ai conti e di cui Bruxelles si fidi

di Enrico Cisnetto - 24 giugno 2005

Prima di entrare nel merito dell’argomento odierno della mia settimanale rubrica, voglio rispondere a quei molti lettori che mi hanno chiesto conto, taluno con amichevole rimprovero, del perchè non mi fossi ancora occupato, né qui né altrove, dei “lanzichenecchi”, i raider che hanno messo nel mirino banche e società editoriali. Rispondo con due osservazioni ed un impegno. Primo: ne ho indirettamente parlato quando ho lanciato l’allarme sulla bolla immobiliare. Secondo: l’enfasi che vedo sui giornali non mi pare proporzionale all’importanza del fenomeno. Terzo: avrei voluto scriverne a proposito del quinto anniversario della morte di Enrico Cuccia, ma vedo che molti (troppi?) se ne sono occupati. Lasciamo dunque decantare l’orgia delle banalità, e poi state sicuri che dirò la mia.

Mi ha fatto una notevole impressione, ieri, l’intervento di Mimmo Siniscalco all’assemblea della Confcommercio. Si sono toccati con mano i limiti del ministro tecnico, ma anche il valore della difesa che il responsabile dell’Economia sta facendo per evitare che il Paese perda definitivamente la faccia in Europa, e con essa ogni chance di uscita dal declino. In una fase in cui nel sistema politico sta prevalendo l’asse, tanto virtuale quanto pervasivo, tra Berlusconi e Prodi – non a caso due candidati premier per il 2006 che non piacciono a nessuno, a Bruxelles come nelle capitali continentali – il buon Siniscalco rappresenta il filo esile che lega il governo all’Europa. Si vede che sta cercando di evitare il peggio, barcamenandosi tra un presidente del Consiglio che lo malsopporta – vedi gli attacchi che gli sta riservando il Giornale, prima per la mano berlusconiana di Paolo De Debbio e poi per quella anonima di Geronimo (a proposito, è tornato Pomicino?) – ma da cui Siniscalco non può ovviamente prescindere, e sul fronte opposto la Commissione europea e l’Ecofin, che pur valutandone la debolezza politica lo considerano l’unico interlocutore del governo italiano affidabile. In altre circostanze non ho mancato di criticare Siniscalco – specie per quella gigionesca tendenza a sottolineare la natura tecnica del suo incarico – ma mi pare si tratti uno sforzo apprezzabile il suo, che anche l’opposizione farebbe bene a tenere nella giusta considerazione, quando cerca di non perdere il contatto e la fiducia con le istituzioni comunitarie e le altre cancellerie, cosa che oggi appare sempre più difficile per la crescente tendenza di Roma ad irridire le une e le altre. Nel momento in cui Siniscalco dice che i nostri sono problemi strutturali più gravi di quelli degli altri partner (l’esatto contrario di quanto sostiene il premier) e che la virtù che ci viene chiesta nella gestione dei conti pubblici la considera il suo primo impegno (l’esatto contrario di quello che dicono la Lega e gli euroscettici), manda precisi segnali alla Ue. E anche quando afferma che non è il momento di fare alcuna manovra restrittiva, sapendo di fare contento il Cavaliere, spera che almeno si faccia un po’ di sana politica industriale, per evitare che il nostro sia l’unico paese ad avere l’assurdo record di sforare sul deficit e di essere in recessione.

Il tema, però, è: fino a quando regge questo difficile equilibrismo? E’ sufficiente a fronteggiare il pericolo, che ho evocato qui due settimane fa, che qualcuno (la Bundesbank? Berlino?) pensi che l’euro e Eurolandia starebbero meglio senza l’Italia tra i piedi? La verifica l’avremo presto. Non tanto per il Dpef, che giustamente Siniscalco ha derubricato, quanto per la Finanziaria. Lì il ministro si giocherà la partita. E debbo dire che – lui faccia pure i debiti scongiuri – non lo vedo messo bene. Perchè la coperta è oggettivamente corta, e perchè la farsa dell’Irap fa pensare che la sua linea prudente possa correre seri pericoli. Infatti, è forte l’impressione che il rinvio del taglio dell’Irap, oltre che al solito dilettantismo e alle non meno solite divisioni nella maggioranza, sia da ascrivere ad una scelta premeditata di Berlusconi. Diciamoci la verità: di Irap si è parlato quando il Cavaliere è stato costretto a trovare una nuova parola d’ordine per il suo governo bis. Ma il premier, orientato da una sensibilità puramente elettorale, ha continuato a coltivare la propensione per interventi sull’Irpef, o comunque a “preferire” i cittadini-consumatori alle imprese. Cosa che è apparsa in tutta la sua evidenza quando, capito che il taglio dell’Irap non poteva essere fatto scaricandolo sul deficit – e qui Siniscalco ha retto – non si è voluto né aumentare l’Iva né intervenire su patrimoni e rendite finanziarie, cose per le quali il Tesoro era pronto. Per questo la promessa dell’Irap nasceva per non essere mantenuta. Per questo il “blitz” tentato dallo stesso Siniscalco – taglio dell’Irap ma anche una manovra da 11 miliardi, per venire incontro alle sollecitazioni di Bruxelles – era destinato a tornare nel cassetto. Ma siccome per Berlusconi è elettoralmente indispensabile dire che il governo “non mette le mani nelle tasche degli italiani, anzi”, io temo che ci saranno pressioni fortissime perchè la Finanziaria (l’ultima della legislatura, quella “elettorale”) proponga un altro giro di valzer sull’Irpef, magari indicando come copertura del minor gettito il recupero dell’evasione fiscale, la lotta al sommerso o il taglio delle spese improduttive, tutte cose che non s’improvvisano. Caro Siniscalco, siamo nelle sue mani.

Pubblicato sul Foglio del 24 giugno 2005

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